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Il letto di Procuste di Paola Pisano

Il letto di Procuste

La Sindrome di Procuste e la paura della diversità: Paola Pisano racconta un’America che soffoca il pensiero libero e l’autonomia culturale.

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Il letto di Procuste

Ci sono parole che nascono da un respiro trattenuto, e altre che tremano mentre cercano di diventare pensiero.
Quelle di Paola Pisano appartengono a entrambe le categorie.
Hanno la grazia di chi sa guardare il mondo da dentro, ma anche il coraggio di chi non distoglie lo sguardo quando ciò che vede fa male.

In questo nuovo contributo, Paola ci conduce in un’America inquieta, dove l’educazione e la conoscenza sembrano attraversare una stagione di ombre. Ma, come sempre nella sua scrittura, non c’è rabbia: c’è lucidità, c’è amore per la verità, c’è una voce che non accusa — ma rivela.
Con la delicatezza di chi conosce il peso delle parole, lei ci mostra come la libertà, quando viene minacciata, non urla: si restringe. Diventa una stanza più piccola, un pensiero in meno, un silenzio in più.

Il titolo scelto, Il letto di Procuste, richiama l’antico mito dell’uomo che possedeva un giaciglio sul quale stendeva i viandanti, costringendoli ad adattarsi alla sua misura, accorciandoli o stirandoli pur di uniformarli.

È un’immagine antica, ma straordinariamente attuale, che racconta come ogni epoca trovi i propri modi — più sottili ma non meno crudeli — di ridurre le differenze, di piegare il pensiero, di livellare ciò che è vivo e libero.

Eppure, anche in quella stanza, Paola accende la luce.
Le sue riflessioni non vogliono spaventare, ma risvegliare.
Sono il richiamo di una mente libera che ci invita a difendere, ogni giorno, il diritto di comprendere, di ascoltare, di insegnare, di essere umani.

Ancora una volta, la sua penna ci ricorda che la cultura non è un privilegio, ma una forma di resistenza gentile.
E per questo, leggere le sue parole non è solo un piacere: è un atto di consapevolezza.

                                                                                                           Alfio Mirone

 

Il letto di Procuste

C’è un soffocamento che mi attraversa da mesi, un soffocamento epistemico. Cosa sento? Che il posto in cui vivo non mi permette più di respirare come mente libera.

C’è la pressione del posto in Texas, dove il partito repubblicano sta sistematicamente cercando di distruggere l’educazione pubblica e l’università come spazio di pensiero. La legge del Senato 17 (Senate Bill 17), entrata in vigore nel gennaio 2024, che vieta alle università pubbliche texane (come quella in cui lavoro) di avere uffici o programmi dedicati alla diversità, equità e inclusione. Questo impedisce voci diverse. La conoscenza ha bisogno di molte voci. Le aule, per essere vive, devono contenere accenti, origini e visioni differenti.

Poi c’è la pressione federale. Tutto è cominciato un mese fa, quando ho aperto una mail che non avrei voluto leggere. Il governo federale degli Stati Uniti ha deciso che i programmi di lingue e i centri di educazione internazionale americani sono “incoerenti con le priorità dell’Amministrazione” e “non promuovono gli interessi ed i valori americani”. Con un solo colpo di penna di questo presidente, decenni di reti accademiche e di comunità dedicate alla ricerca e alla comprensione del mondo sono stati dichiarati superflui. E poi è arrivato il Compact. Una lettera inviata da Trump a nove università, tra cui MIT e la University of Texas.
Un patto per l’eccellenza accademica (Compact for Academic Excellence) che promette fondi a chi accetta di “allinearsi” con le priorità del governo: limiti agli studenti stranieri, la minaccia di chiudere i dipartimenti che “confrontano le idee conservatrici”, e il divieto di considerare genere o razza nei criteri di assunzione. Delle nove università, quella dove lavoro non ha rifiutato ancora questo patto.

Letto di Procuste di Paola Pisano
Letto di Procuste

Lavoro con lingue straniere, cultura, diversità, tutto quello che questo governo pensa sia in contro degli interessi americani. Però la verità, è che questi programmi hanno formato generazioni di insegnanti, diplomatici, scienziati, storici, antropologi, medici, traduttori, cittadini del mondo. Per tanti anni, programmi come quelli che questo presidente ha distrutto hanno formato studiosi e studenti che poi hanno rafforzato il paese. I fondi per la ricerca in diverse lingue, per lo studio delle culture e per imparare lingue straniere hanno aiutato migliaia di studenti e professori a capire la complessità del mondo, a costruire ponti, a fare in modo che la società americana non fosse una camera d’eco, ma una conversazione viva con il pianeta e con se stessa, come il crogiolo (melting pot) che proclama di essere. Penso agli studiosi che hanno passato anni in biblioteche, tracciando storie che contengono le chiavi del nostro futuro comune. A tutti noi che cerchiamo di costruire la lenta architettura della comprensione reciproca.

Ma quali interessi vengono prioritizzati? E quali valori si promuovono tagliando i fondi alla conoscenza delle lingue e delle culture, entrambi proprio gli strumenti che permettono di capire gli altri popoli? Cosa si guadagna zittendo le aule dove gli studenti imparano a pensare oltre i confini, a immaginare futuri più connessi, più umani? Quando si smantellano i fondi per le discipline umanistiche, si nega l’accesso a ciò che ci rende umani: la capacità di comprendere l’altro. Questo è paura dell’alterità. Questa amministrazione, e la codardia politica che la sostiene, prospera sull’idea che la conoscenza debba essere contenuta e controllata. Non è un caso che questi tagli arrivino insieme ai divieti sui libri, agli attacchi ai pronomi, e allo smantellamento dei programmi sulla diversità. È il tentativo di costruire una società intellettualmente sterile, dove si può esistere solo entro i limiti della realtà approvata per loro. Questa è l’America di oggi.

Penso al mito di Procuste, colui che stendeva i viandanti sul suo letto e li tagliava o stirava fino a farli entrare in una forma rigida. Ecco, questo è ciò che stanno facendo con l’educazione, la libertà di pensiero: la tagliano, la deformano, la stirano finché rientra in una misura che non respira, alla loro sembianza, senza la possibilità di analisi critica. E noi, resilienti, proviamo a muoverci dentro questo letto troppo stretto, cercando ancora una posizione che non uccida il pensiero. Mi sento grigia, sì, e soffocata. Ma dentro questa tonalità senza luce c’è anche un’ostinazione: quella di continuare a scrivere, a resistere, a lottare perché la scienza umanistica e le lingue straniere importano.

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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