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Con Walk for Peace, Livia Gualtieri ci porta lungo le strade degli Stati Uniti attraversate da un corteo di monaci buddisti in cammino verso Washington. Un racconto intenso e delicato che parla di pace, gentilezza, spiritualità e della forza silenziosa di chi sceglie il bene in un tempo segnato dal rumore e dalla violenza.
Walk for Peace
Un uomo che cammina in silenzio può essere più potente di mille che urlano.
Le parole che state per leggere non raccontano una protesta, ma una scelta. Non una rivendicazione, ma un gesto. In un tempo in cui l’abitudine al conflitto rischia di diventare il nostro paesaggio quotidiano, Livia ci accompagna lungo una strada diversa: quella percorsa lentamente, a piedi, senza slogan, senza rabbia, senza nemici.
C’è qualcosa di profondamente disarmante in questa marcia. Disarmante perché non chiede, non accusa, non impone. Cammina. E nel camminare afferma che il male non è destino, ma opzione. Che la pace non è ingenuità, ma coraggio.
Il corteo silenzioso dei monaci, con i loro passi scalzi e il cane che li segue come una piccola sentinella di luce, diventa simbolo di una possibilità: scegliere la gentilezza quando il mondo sceglie il rumore.
Forse non cambierà il corso della storia. Forse non fermerà le guerre. Ma se anche solo un cuore si ferma ad ascoltare, qualcosa accade. E quando accade, non è mai poco.
Ora sta a noi decidere quale strada percorrere.
A.M.
Walk for Peace
In questi anni, abbiamo assistito a così tante scene di conflitti e a così tanta violenza, che stiamo seriamente correndo il rischio di assuefarci e considerare tutto questo come parte della nostra quotidianità, come uno dei tanti servizi giornalistici nei programmi di informazione. Ma sappiamo, credo tutti, che l’assuefazione è l’aspetto più malsano di ogni cosa. Di una dipendenza, di uno stato d’animo, di un modo di vivere, di un’abitudine. Assuefarsi ci rende schiavi dei nostri malesseri, ci rende inermi, incapaci di reagire, succubi e, talvolta, complici di azioni malevole.
Ecco perché un moto di ribellione, rialzare la testa, ritrovare voce, capire il bene è un passo necessario per disintossicarci dal male e, soprattutto, per non ergerlo a scelta di vita o promuoverlo a inevitabile compagno. Il male non è un’ineluttabile parte della nostra vita, è una scelta che si può non compiere, un’opzione che si può scartare. Anche se, spesso, ci blandisce, ci tenta, ci lusinga come se fosse l’opzione migliore, quella che può garantirci maggiori risultati.
Ecco perché fare la scelta opposta è così importante. E perché un atto di ribellione al male può avere l’effetto di scalfirlo nell’immaginario di strada più facile da percorrere.
Proprio di strade si parla, in questo mio viaggio che ci porta nel cuore degli Stati Uniti, quelli che hanno fatto dell’on the road un business e un mito per generazioni di sognatori e viaggiatori. Ma le strade di cui vi racconto non sono state solcate da rombanti moto o ingombranti pick-up. Hanno, invece, visto sfilare un drappello di monaci buddisti in quella che è stata battezzata ”Walk for peace”, una marcia per la Pace.
Questi venerabili, partiti da Fort Worth in Texas il 26 Ottobre 2025, si sono dati l’obiettivo di percorrere a piedi più di tremila chilometri attraverso dieci stati per giungere, dopo più di cento giorni di cammino, a Washington D.C, il 10 di Febbraio. Là, nella National Cathedral, si è tenuto un incontro di preghiera interreligioso con leader di diverse confessioni. Un momento di spiritualità condivisa e di dialogo per ribadire, in un mondo diviso, quali valori uniscono.
La loro marcia è stata silenziosa, composta, coraggiosa. Hanno sfidato il freddo e la fatica, a volte anche camminando scalzi. Questo piccolo corteo pacifico ha colorato di zafferano e cremisi le strade americane. Le loro caratteristiche tuniche sono state l’unica cosa che si sia fatta notare in modo chiassoso, se così si può dire, in un contesto di totale pacifica calma. Avevano con sé solo uno zaino con poche cose e hanno vissuto delle offerte di cibo che venivano fatte loro lungo il percorso.
Li accompagnava un cane pariah, un’antica razza indiana, che, durante una precedente marcia in India, li scelse e si unì a loro per non lasciarli più. Si chiama Aloka che, in sanscrito, significa luce e ha una macchia bianca a forma di cuore sul muso, quasi che l’amore lo avesse scelto come messaggero e marchiato. Molte persone, in quell’America oggi lacerata da contraddizioni e conflittualità sociali, hanno accolto i monaci con entusiasmo e deferenza, li hanno nutriti, festeggiati e si sono fermati a pregare con loro e ad ascoltarli. Non avevano manifesti né slogan né richieste politiche. Diffondevano soltanto, in modo garbato e senza pretese, un messaggio di gentilezza e di fratellanza, cose apparentemente semplici che, invece, sono sopraffatte dal modo in cui il mondo di oggi vive. Sapevano guardare negli occhi le persone con uno sguardo così pulito e gioioso, da riuscire ad attraversare ben più degli occhi di chi incontravano. E l’amore si è fatto linguaggio universale che riesce a parlare al cuore senza imporsi, senza pretendere. Solo con la forza che contiene, che è quella di darsi incondizionatamente.
In un mondo iperpoliticizzato, rumoroso, ostile, sempre schierato e rabbioso, questo gesto silenzioso ma potente ci mette a nudo di fronte alla nostra coscienza ed è più deflagrante di qualunque parola o slogan urlato. Sarebbe facile pensare che queste iniziative non abbiano potere di cambiamento e i monaci stessi ammettono che potrebbe essere così. Ma sostengono che, se anche solo pochi cuori possono essere toccati, allora qualcosa di sacro accade. E mi piace pensare che una piccola fiammella di Speranza possa trasformarsi in un incendio capace di illuminare le coscienze più oscure e riportare la luce del giorno nella notte buia che il nostro tempo sta vivendo.
” Che tu e tutti gli esseri viventi possiate stare bene, essere felici e in pace ”. Così si conclude ogni messaggio di questi uomini di fede. E questo è l’augurio per ogni creatura vivente.