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In “Un anno color nuvola”, Livia Gualtieri riflette sul bisogno contemporaneo di silenzio, introspezione e semplicità. Un testo delicato che invita a danzare con leggerezza sopra il rumore del mondo.
Un anno color nuvola
Ci sono testi che chiedono di essere ascoltati.
Le parole di Livia hanno questo dono raro: non occupano spazio, lo liberano.
In un tempo che ci vuole sempre reattivi, rumorosi, veloci, Un anno color nuvola sceglie il passo opposto: rallenta, sottrae, respira.
Questo non è solo un racconto di colore, ma un invito gentile a ritrovare profondità.
A riconoscere che la vera eleganza, oggi, sta nel silenzio che non impone, nella luce che non abbaglia, nella purezza che non è vuoto ma possibilità.
Come una tela chiara prima del primo gesto, queste parole ci ricordano che creare, vivere, stare al mondo può ancora essere un atto lieve.
E che forse, per tornare a sentirci umani, dobbiamo imparare di nuovo a danzare tra le nuvole.
A.M.
Ogni anno, a partire dal 2000, la nota azienda statunitense Pantone, che si occupa di tecnologie grafiche e catalogazione dei colori, sceglie il cosiddetto ”colore dell’anno”, cui è associato un codice – essendo una forma di standardizzazione – e un nome che lo rende immediatamente riconoscibile, seppur ciascun colore possa avere moltissime sfumature e tonalità. La scelta è frutto di una sorta di ascolto, se così si può dire. Vale a dire l’attenzione al mondo e alla società, al momento storico e sociologico, al comune sentire, alle tendenze dell’arte e del design. Offre così uno sguardo sul periodo cui si riferisce, uno sguardo che va in profondità per esaminare il ”mood”, come diciamo oggi, ossia l’umore – per dirlo in italiano – che permea l’epoca che stiamo vivendo. E questa scelta influenza sempre le tendenze del design per l’anno in corso. Ma interpreta anche lo stato d’animo e le aspirazioni del momento, in una ricerca che non è solo artistica, ma anche psicologica e quasi spirituale. Il colore scelto per il 2026 è il cloud dancer. Come si può intuitivamente capire, si tratta di un bianco. Non un bianco piatto e freddo come quello che definiamo ottico, ma più morbido e avvolgente. Per chi, come me, nasce come designer, o per chi lavora in campi creativo/artistici, viene considerato una base su cui costruire e creare, la tela bianca su cui tutto può essere immaginato. Ma è un colore non colore. In spettrometria, infatti, è dato dalla somma di tutti i colori dello spettro visivo ed è detto acromatico, dotato di luminosità ma non di colore. Ma, come tutti i colori, ha significati storici e simbolici. In questa sua essenza di sottrazione (del colore) e con il simbolismo di candore e purezza che gli associamo, è facile capire che sia stato scelto per veicolare un messaggio di pulizia, calma, pacatezza e riflessione. In un mondo e un periodo storico iper reattivo, conflittuale, chiassoso, il bianco delle nuvole (come indica la parola inglese cloud) trasmette il desiderio di introspezione, di vita più quieta, di pace. Invita a fermarsi, respirare profondamente e spegnere il rumore di fondo, ora molto forte e traumatizzante, per ascoltare e ascoltarsi, per riconnettersi con la nostra parte interiore, con la nostra spiritualità. Chiede di parlare più piano, per non sovrastare, per non sopraffare, per poter sentire ciò che si ha da dire. Sentire uditivamente e sentire con il cuore. Perché, come diceva Gandhi, se urli tutti ti sentono, se bisbigli ti sente solo chi ti sta vicino ma, se stai in silenzio, solo chi ti ama ti ascolta. Ed è questo il messaggio che si cela dietro a un colore non colore, così puro e così ossimorico nel suo essere: il bisogno di combattere un mondo tossico, eccessivo, sempre più urlato. Che si tratti di design, di politica, di musica o di abitudini e comportamenti, l’eccesso sta stancando sempre più e si riscopre il desiderio di semplicità, serenità, silenzio, connessione profonda. Non quella della rete iperveloce che ci proietta, come una sorta di teletrasporto, in ogni luogo e ad ogni distanza nello spazio di un clic, ma la connessione con il proprio io e con le persone della vita reale, quelle che intrecciano rapporti veri e non virtuali. Il danzatore delle nuvole. Un nome che ha un suono poetico, che ci fa viaggiare con la mente verso mondi eterei, dove la pace e la serenità sono possibili, dove poter fluttuare leggeri, liberi dal peso di tutto quanto ci schiaccia ogni giorno, dagli affanni, dalle paure, dalle responsabilità troppo pesanti. Quasi incorporei, come danzatori delle nuvole, siamo invitati a volare. E cosa ci comunica di più il senso della libertà se non il planare sulle correnti d’aria, accarezzati dal vento, in un cielo infinito popolato di candide nuvole? E siamo chiamati a danzare. A prendere per mano l’altro, o la nostra umanità, per muoverci finalmente con leggerezza, con garbo, con grazia. Perché i danzatori non si sopraffanno, non si annullano, non gridano. Volteggiano insieme per creare una coreografia che ha bisogno di ognuno di loro per funzionare, che si adagia sulla musica producendo armonia.