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Terzo Mondiale senza Italia, il fallimento di un Paese che non sa fare squadra

Terzo Mondiale senza Italia, il fallimento di un Paese che non sa fare squadra

L’Italia eccelle nei talenti individuali, nello sport, nella scienza, nel lavoro e nella creatività. Ma quando serve fare squadra, troppo spesso si perde. Dalla Nazionale alla politica, questo editoriale riflette sul fallimento di un Paese che non sa trasformare il valore dei singoli in forza collettiva.

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Terzo Mondiale senza Italia

Terzo Mondiale senza Italia, il fallimento di un Paese che non sa fare squadra

Ieri la Nazionale italiana ha mostrato, in pochi minuti, lo stesso difetto che da anni rovina le nostre istituzioni: pur di non perdere un punto, si compie il gesto che danneggia tutti. Bastoni, in uno contro uno, forse non si sarebbe mai fatto espellere. In una squadra, invece, l’errore di uno pesa sull’intero gruppo. Ed è lo stesso schema che vediamo in politica: pur di non perdere voti, potere o visibilità, si sacrifica l’equilibrio generale. Il dramma è che tutto questo accade in un Paese pieno di individualità straordinarie, ammirate nel mondo per creatività, intelligenza e talento. Ma se chi guida l’Italia continua a insegnare egoismo, arroganza e tornaconto personale, allora il sistema non può che sfasciarsi.

Terzo Mondiale senza Italia

Ci cercano nelle professioni di prestigio, nelle aziende, nei laboratori di ricerca, nelle università, nei grandi gruppi internazionali. Ci rispettano nella scienza, ci copiano in cucina, ci ammirano per creatività, intelligenza e capacità di trovare soluzioni. Gli italiani, presi uno per uno, continuano a essere tra i migliori. Lo dimostrano anche i risultati che arrivano soprattutto nello sport individuale: tennis, atletica, nuoto, automobilismo e molte altre discipline in cui il talento personale, la disciplina e la lucidità fanno la differenza. Perfino l’eccezione più luminosa del gioco di squadra, la pallavolo femminile, sembra confermare la regola: lì c’è un gruppo di donne straordinarie, ma c’è anche la guida di Julio Velasco, uno che ha sempre insegnato prima di tutto il valore della squadra. Quando il talento è nelle mani del singolo, l’Italia sa ancora farsi valere; quando invece deve trasformarlo in forza collettiva, troppo spesso si smarrisce.

Finché non capiremo questo, continueremo a essere un popolo pieno di fuoriclasse e povero di squadra. E l’Italia del calcio, intanto, resta fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva.

Lì ci perdiamo.

Lì si vede il limite vero del Paese.

Lì emerge una fragilità che non è tecnica, ma culturale.

Sappiamo vincere da soli, ma facciamo fatica a lottare l’uno per l’altro. Sappiamo emergere come individui, ma non sempre sappiamo costruire una squadra. E questo non vale solo nello sport. Vale soprattutto nella politica, che da anni non insegna il senso della comunità, ma alimenta una guerra continua tra fazioni.

Destra contro sinistra.

Sinistra contro destra.

Maggioranza contro opposizione.

Opposizione contro maggioranza.

Più che una democrazia, sembra un derby permanente. E in un derby non conta il bene comune: conta abbattere l’avversario. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un Paese spaccato, avvelenato, nervoso. Un Paese dove ci si insulta con troppa facilità, dove la fratellanza civile viene sostituita dall’odio, dove il confronto è diventato rissa.

La politica dovrebbe dare l’esempio. Dovrebbe insegnare rispetto, responsabilità, visione, unità. Dovrebbe ricordare che governare non significa umiliare chi la pensa diversamente, ma tenere insieme un Paese.

Invece accade il contrario.

Ognuno pensa al proprio partito.

Ognuno difende il proprio spazio.

Ognuno cura il proprio interesse.

E chi resta senza difesa è sempre il popolo.

Per questo il punto non è dire che gli italiani non valgono abbastanza. È vero il contrario: gli italiani valgono molto più del sistema che li rappresenta. Ed è proprio questo che fa più rabbia. Una classe politica che non costruisce squadra, non costruisce fiducia, non costruisce futuro.

Lo stesso discorso vale per i giovani e per la scuola. Un Paese serio investe nell’istruzione pubblica, perché un popolo che studia è un popolo più libero. Da noi, invece, a volte sembra quasi che dia fastidio chi ragiona con la propria testa. Come se cittadini troppo consapevoli fossero più difficili da controllare. Come se fosse meglio avere sudditi obbedienti invece che persone istruite, libere, critiche.

Eppure la strada è una sola. Bisogna tornare a insegnare che il vero risultato non è brillare da soli, ma riuscire a fare gruppo. Che la vera forza non è schiacciare l’altro, ma sostenerlo. Che una nazione cresce quando i migliori non vengono lasciati soli, ma diventano esempio per tutti.

I tre moschettieri lo dicevano con una frase semplice: tutti per uno, uno per tutti.

La politica italiana, invece, da troppo tempo sembra rispondere così: tutti per me, e gli altri si arrangino.

Ed è questo il problema più grave.

Non la mancanza di talento.

Non la mancanza di qualità.

Ma la mancanza di una classe dirigente capace di trasformare il valore dei singoli in forza comune.

Finché non capiremo questo, continueremo a essere un popolo pieno di fuoriclasse e povero di squadra. E l’Italia del calcio, intanto, resta fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva.

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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