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Un viaggio che parte da Napoli e arriva a Barcellona diventa, nelle parole di Fausto Russo, una riflessione profonda sulla Comunicazione Nonviolenta e sul modo in cui scegliamo di parlare agli altri. Attraverso la metafora della giraffa – simbolo di cuore grande e sguardo che vede oltre – l’autore ci guida dentro un linguaggio fatto di empatia, ascolto, dialogo e rispetto. Tra festival di pace, incontri reali e simbolici, arte pubblica e relazioni umane, questo articolo ci ricorda che le parole non servono a dividere, ma a costruire ponti. Un messaggio di valore per il nostro tempo.
Napoli-Barcellona
Alcune storie arrivano come carezze forti: ti rimettono in asse, ti ricordano che le parole possono guarire. Quella di Fausto Russo è così. Parte da Napoli nel giorno di San Gennaro e approda a Barcellona, passando per l’Eirene Fest e per una domanda semplice e potente: come scegliamo di parlare agli altri—e quindi di stare al mondo. In queste pagine, Fausto intreccia la Comunicazione Nonviolenta con l’immagine più limpida per raccontarla: la giraffa, cuore grande e sguardo alto, capace di vedere oltre gli ostacoli senza mai ferire.
La metafora è concreta: osservare senza giudicare, dare nome alle emozioni, riconoscere i bisogni (nostri e degli altri), saper chiedere con fiducia. È un invito a passare dal potere “sugli altri” a un potere “con gli altri”, a costruire connessioni invece di sentenze, ponti invece di muri. Persino un’installazione urbana—la girafa coqueta—diventa simbolo di visione e convivenza: l’arte che ti alza lo sguardo e ti ricorda che la diversità è ricchezza, non minaccia.
Per noi di Ciociaria & Cucina è un onore avere il grande amico Fausto sulle nostre pagine: la sua scrittura è un abbraccio lucido, capace di tenere insieme empatia e rigore, poesia e responsabilità. Questo articolo non si limita a raccontare: ci educa alla cura—delle parole, delle relazioni, della comunità. Perché scegliere il “linguaggio giraffa” non è un esercizio di stile: è una postura etica che scalda il cuore e allarga l’orizzonte.
Buona lettura
Alfio Mirone
Napoli-Barcellona
di Fausto Russo
psichiatra, analista della comunicazione
Detta o letta cosi, ci si aspetterebbe la descrizione di una partita di calcio tra due formazioni di forte contenuto tecnico e spettacolare, nonché di potente richiamo territoriale. Quello che qui si narra, invece, è la scoperta di un sorprendente collegamento tra un simbolo, richiamato in un evento napoletano, forse quello più evocativo, ed un’iconica installazione nella città catalana.
Il diciannove settembre si celebra a Napoli la festa del suo protettore, San Gennaro, con cui la città ha sempre mostrato un legame indissolubile. La tradizione popolare si nutre del convincimento che nelle due ampolle presenti nel Duomo sia conservato il sangue del Santo martire: il suo cadenzato e programmato scioglimento, un miracolo, testimonia il desiderio del Santo di voler essere sempre presente nella guida protettiva della città.
Ebbene, proprio nel giorno di San Gennaro, si è tenuto l’Eirene Fest, il Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza. Il festival, come recita il suo messaggio pubblicitario, ha inteso promuovere la pace, la nonviolenza e l’educazione alla cittadinanza globale, attraverso incontri con scrittori, attivisti e relatori, presentando libri e discutendo temi legati alla risoluzione pacifica dei conflitti. Si sono tenuti laboratori sull’educazione alla cittadinanza globale, incontri sulla spiritualità e una tavola rotonda sull’inconscio, la guerra e la pace.
Una delle sessioni dell’evento si è occupata di “Comunicazione Nonviolenta”, soffermandosi non tanto sull’aspetto tecnico del parlarsi e del capirsi, quanto sul modo complessivo di porsi verso sé stessi e verso gli altri. Tutto questo richiama lo stile di vita che abbiamo scelto o che abbiamo subito e, dunque, la connessione che vogliamo stabilire con la gente attorno a noi. Vale a dire come ognuno si pensa e come pensa l’altro.
È osservazione comune di come il nostro sia un linguaggio che tende a sbilanciarsi nel giudicare gli altri, nell’etichettarli e classificarli, nell’attribuire loro colpe, errori, mancanze, incapacità. E anche quando esalta o attribuisce meriti, lo fa con atteggiamento tendente ad emettere sentenze, a formulare valutazioni e ad elargire voti, secondo un proprio codice personale di come si dovrebbe agire e ci si dovrebbe comportare.
Un tipo di linguaggio, questo, ma più generalmente uno stile di vita, che non tiene conto delle ragioni dell’altro, pronuncia parole senza nemmeno ascoltare l’altro e, dunque, senza nemmeno minimamente provare a capirlo. Si parla per sopraffare, come se ci si dovesse liberare dell’ansia opprimente di far vedere all’altro che non ci si lascerà sopraffare. Come se si temesse che da un momento all’altro ci possano arrivare minacce svalutative di marginalizzazione o di esclusione dai contesti nei quali si vorrebbe stare. Contesti percepiti come particolarmente sospettosi, per un supposto attacco al proprio valore, possono produrre un senso, oltre che di allerta, anche di competitività aggressiva, come se si temesse di non valere per l’altro o che l’altro possa e voglia “usarci” a suo unico vantaggio.
Tutto questo alimenta, evidentemente, un atteggiamento di chiusura al mondo, percepito come minaccioso e come inibitorio dei rapporti e delle relazioni sane e creativamente costruttive. E poi, si rivela alquanto frenante nel far immaginare qualcosa di meglio nella realtà di oggi, nel promuovere benessere, piacere, gioia di vivere, nell’alimentare sogni di cambiamento e di crescita personale e collettiva.
Questo tipo di linguaggio prevalente, ma più generalmente questo stile di vita complessivo, invece, è paradossalmente alquanto innaturale. Non è proprio della natura umana, non le appartiene, ne è lontano ed è palesemente disfunzionale, tanto da creare un corteo di sintomi di malessere, con segni di particolare sbiadimento emotivo e distanziamento relazionale.
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A fornire un’alternativa strutturata a tale stile di vita alquanto incrostato, è stato lo psicologo americano Marshall Rosenberg fondatore del CNVC (Centro per la Comunicazione Nonviolenta), che ha elaborato un sapere teorico-esperienziale di grande impatto ed efficacia, in grado di far coesistere diverse sensibilità.
Le relazioni che si ispirano a questa dottrina, tesa a combattere la comunicazione ferita o quantomeno quella difficile, si rivelano decisamente autentiche, capaci di permettere l’espressione delle parti vive dentro di noi: così, ci guidano verso l’esplorazione di possibilità comunicative più articolate ed inclusive, e anche capaci di generare connessioni profonde.
Uno degli snodi fondamentali in questo processo comunicativo è rappresentato dalla capacità di comportarsi non con l’intento vanaglorioso di essere migliore dell’altro, ma con l’atteggiamento, invece, di sentirsi migliore del sé stesso di ieri, migliore di come si era ieri. Il che si traduce, iconicamente, non nell’esercitare potere su gli altri, ma con gli altri.
La comunicazione non violenta crea una condizione dove le cose che ognuno vorrebbe dire all’altro non rimangono mai in gola, facendo si che ci si possa disporre verso la massima capacità di attenzione e di ascolto, senza la volontà di sovrastare l’altro. Con il risultato di vivere, in senso più estensivo, senza opprimere e senza essere oppressi.
Quattro, esemplificativamente, sono i passaggi di un processo comunicativo non violento, per renderci più consapevoli di quello che diciamo o che ascoltiamo e per permettere ai mondi di dentro di esprimersi e migliorare la qualità della vita nostra e degli altri.
Il primo è quello di osservare i fatti accaduti e viverseli senza giudicarli, senza interpretarli, etichettarli o valutarli.
Secondo passaggio, in progressione: vivere quanto accaduto con il giusto coinvolgimento emotivo. Imparando a dare un nome alle emozioni provate per poi riuscire a comunicare realmente il proprio stato d’animo.
Si arriva al terzo passaggio, quello di acquisire consapevolezza dei propri bisogni, dando loro la giusta dignità ed imparando a rispettare i bisogni degli altri, con l’obiettivo del reciproco soddisfacimento, “imparando ad onorare i bisogni di tutti, senza vincenti né perdenti”. Quando l’altro si sente accolto nei suoi bisogni, si dimostrerà più disponibile verso la persona che glieli riconosce, più soccorrevole e più empatico.
L’ultimo step consiste nell’acquisire fiducia in sé stessi e nell’altro, per imparare a chiedergli cosa vorremmo lui facesse per noi, per farci star bene. Una richiesta di tal genere offre all’altro la possibilità di sentirsi “potente”, di permettergli di esprimere la sua attenzione, la benevolenza e la generosità che naturalmente si possiedono.
Non percependo questa richiesta come una pretesa o come un ordine, si disporrà più favorevolmente ad accoglierla e manterrà le condizioni per un incontro costruttivo.
Quando Rosenberg descrisse questo linguaggio non violento, improntato alla cooperazione e all’evitamento dei conflitti, lo chiamò, con una raffigurazione efficace, “linguaggio giraffa”.
Il significato simbolico della giraffa deriva in gran parte dalla sua conformazione biologica e dalla sua collocazione nel mondo zoologico. La giraffa è un animale erbivoro che non uccide altri animali per alimentarsi. Non è un animale predatore e, contestualmente, riesce a difendersi egregiamente dai predatori.
Tra quelli terrestri, è l’animale con il cuore più grande, anche più di quello dell’elefante, ed è il più alto. Riesce, perciò, a vedere oltre le barriere e gli ostacoli, ad andare con lo sguardo oltre le apparenze ed oltre i propri limiti, mostrando, simbolicamente, come si può essere visionari, capaci di guardare avanti ed anticipare ciò che sta per accadere.
È un animale che esprime equilibrio tra il mondo spirituale, per via del collo lunghissimo teso verso l’alto, ed il mondo materiale, per via delle zampe robuste con la cui forza poderosa si muove nella savana. La grande distanza tra cuore e mente, inoltre, permette ai pensieri di elevarsi e connotarsi come sicuri ed amorevoli, valorizzando l’intuito e la connessione spirituale, mentale ed emotiva.
La giraffa sa scorgere i bisogni altrui ed esprimere empatia: allo stesso modo, le antenne sul capo le conferiscono percezione elevata, fiducia nelle proprie intuizioni e lungimiranza nell’assumere decisioni, con la capacità di pensare in maniera connettiva, senza farsi sopraffare dai dettagli.
Forse, proprio queste ultime caratteristiche sono quelle che hanno indotto l’associazione degli amici catalani, a donare alla città di Barcellona la statua della girafa coqueta, diventato un richiamo simbolico rappresentativo della loro identità nazionalistica e del loro contrapporsi alla Castiglia.
In verità, una parte dei catalani dichiara voler perseguire l’indipendenza, mentre un’altra, più numerosa, appare aspirare ad una maggiore autonomia all’interno della nazione spagnola e considera un successo il fatto che, in Catalogna, lo spagnolo e il catalano siano ambedue lingue ufficiali.
La Catalogna ha un passato prima di anarchia, poi di socialismo, allorquando i lavoratori della terra si sono dati forme di organizzazione antiautoritaria, determinando una radicale trasformazione dei rapporti sociali e lavorativi. Due esempi attuali sono diretta conseguenza dello sviluppo delle pratiche collettive. Il primo: il servizio sanitario applica principi di socializzazione della medicina, con pratiche consistentemente basate sulla prevenzione. Il secondo: lo stadio della città, il più grande d’Europa, è di proprietà dei suoi ben oltre centomila tifosi, che si sono dati un vero e proprio assetto societario.
La capacità della giraffa di vedere lontano, oltre le barriere e gli ostacoli, cammina di pari passo con quella spinta visionaria che si sta dando la Catalogna nel voler accedere a configurazioni politiche più ampie e prospettive più allargate, lontano da pregiudizi, condizionamenti e limitazioni. E senza rinunciare ad alimentare ispirazioni.
Per affrontare e risolvere problemi, sia quotidiani che storicizzati, servono proprio le abilità della giraffa: quella visione dall’alto e quella elevazione lungimirante, capace di superare limiti convenzionali, sicuramente restrittivi ed angusti, incapaci di far scorgere possibilità.
La giraffa è simbolo di eleganza, anche per i disegni che rendono unico ed irripetibile il suo mantello, come fosse un’impronta digitale e come è ognuno dei catalani, quando vuole rivendicare orgogliosamente il suo proprio stile personale nel porsi e nel proporsi al mondo. E vuole farlo con sapienza artistica, con apertura mentale, con possibilità di sentirsi libero e di essere sé stesso, in maniera emancipante e condivisa. Non a caso la città catalana è una scena artistica diffusa, un vero museo a cielo aperto, con la presenza disseminata di collezioni d’arte, sculture, installazioni, graffiti metropolitani.
In realtà, lo sviluppo dell’immaginario, alimentato dall’attitudine artistica, ha rappresentato per gli abitanti di Barcellona uno stile di vita più complessivo, come una chiara esortazione a liberarsi da quei tanti schemi e confini che imbrigliano il pensiero e non gli consentono la giusta possibilità di espressione. Un immaginario che consente al pensiero di evitare la tentazione degli estremismi, per fargli trovare qualcosa di meglio nel mondo di oggi.
È il potere dell’arte. Dunque, anche il potere di una statua.
Chissà, allora, quanto la statua di una apparentemente neutra giraffa, sia pur coqueta, cioè vanitosa, possa rinforzare il senso identitario degli abitanti di Barcellona e possa promuovere in loro possibilità di elevare la propria visione e guardare lontano nel futuro, con intuizione ed empatia, oltre gli ostacoli immediati del quotidiano.
E chissà se la mia amica Giulia, è ancora grata a quella giraffa, sotto la cui statua era solita darsi appuntamento durante le pause del suo percorso formativo, perché, ispirandosi da lontano a lei, ha potuto acquisire forza ed eleganza, scatti veloci e poderosi da impiegare nelle sue lezioni di swing. E ancor più, ha potuto acquisire capacità comunicativa empatica, visionarietà intuitiva, connessione con le buone e sane energie del mondo. Auspicando che la metafora della giraffa che non vive né isolata né in clan, possa essere vivificata nel promuovere la convivenza con persone di differenti culture ed etnie, per vivere fattivamente nel pluralismo e per promuovere la ricchezza della diversità.