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Scopri la storia dei pici raccontata da Aldo, oste toscano che custodisce la tradizione con passione e amore per la cucina autentica.
I pici raccontati da Aldo, l’oste toscano
Quest’anno ho scelto un’estate diversa: non corse in giro per l’Europa, ma il tempo lento dei borghi italiani. È stato in Toscana che ho incontrato Aldo, un oste che porta addosso la saggezza di chi ha vissuto la cucina come mestiere e come vita. Dopo avermi servito i suoi pici con il ragù di rigaglie di pollo – piatto che sul nostro sito continua a conquistare tutti – abbiamo iniziato a parlare.
Quando gli ho raccontato il mio lavoro, fatto di articoli, di ricette e di storie legate al cibo, i suoi occhi si sono illuminati. Non cercava pubblicità né voleva che citassi il suo locale: l’unico suo interesse era condividere, parlare della sua terra e della cucina che lo rende meraviglioso. Con la naturalezza dei veri maestri mi ha detto: “Allora scrivi anche di questi, i nostri pici. Così non si perdono”.
I pici raccontati da Aldo, l’oste toscano
Per Aldo i pici non sono solo una pasta, ma il simbolo della cucina contadina: acqua, farina e mani che sanno “appiciare”, cioè arrotolare l’impasto fino a formare quegli spaghettoni lunghi e ruvidi. “Qui un c’è bisogno di fronzoli – mi ha detto – basta il palmo della mano, la pazienza e l’amore per la tavola”.
Questa manualità, tramandata da generazioni, ha reso i pici un piatto che appartiene a ogni famiglia del senese, con piccole differenze custodite come segreti preziosi.
Secondo Aldo, la bellezza dei pici sta anche nelle leggende che li circondano. C’è chi li vuole antichi come gli Etruschi, chi li lega al nome del cuoco romano Apicio, e chi sostiene che tutto nasca dal gesto stesso dell’“appiciare”. Ma per lui il punto è un altro: “I pici son vivi finché qualcuno li fa a mano. Senza questo, restano solo pasta”.
Parlando con Aldo ho scoperto che ogni paese toscano ha il suo modo di condirli. C’è chi li ama all’aglione, con il sugo rosso e l’aglio dolce; chi li preferisce con le briciole di pane raffermo; chi li esalta con i funghi dell’Amiata o con ragù alle rigaglie di pollo robusti da giorno di festa. Eppure, anche solo con un filo d’olio buono, restano un capolavoro di autenticità.
Seduto al tavolo, tra fiaschi di vino e chiacchiere sincere, ho capito che i pici non sono solo un piatto. Sono un legame: tra mani che impastano, famiglie che si ritrovano, amici che brindano. Aldo, con la sua voce roca e l’accento che scalda, mi ha detto: “Ricòrdati, diffida dei pici a macchina. Quelli nun parlano. I pici veri te li raccontano le mani”.
E io ho trascritto le sue parole, con gratitudine, perché storie come questa meritano di essere custodite e tramandate.