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Cara me: la lettera più difficile è quella a sé stessi

Cara me: la lettera più difficile è quella a sé stessi

Con Cara me, Livia Gualtieri scrive una lettera a sé stessa, attraversando ricordi, fragilità e consapevolezze. Un testo profondo e delicato che invita a fermarsi, ascoltarsi e ritrovare autenticità.

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Cara me

Cara me: la lettera più difficile è quella a sé stessi

Scrivere una lettera a sé stessi

Sedersi davanti a un foglio e scrivere a sé stessi è uno dei gesti più difficili che esistano. Significa fermarsi davvero, attraversare la propria storia e avere il coraggio di guardarla senza difese.

Livia, in queste righe, compie proprio questo gesto. E lo fa con quella sensibilità limpida che rende la sua scrittura così riconoscibile e così profondamente umana.

Leggendo la sua lettera si ha la sensazione di entrare in uno spazio intimo, fatto di memoria, di perdono e di quella rara trasparenza che solo una donna capace di ascoltare davvero la propria anima riesce a mettere su carta.

La sua penna non cerca effetti, non alza la voce. Racconta, con delicatezza, la ribellione e la dolcezza, la forza e le fragilità che rendono una vita autentica.

Ed è proprio qui che sta la bellezza di queste parole: mentre Livia parla a sé stessa, finisce inevitabilmente per parlare anche a tutti noi.

Cara me

Guardarsi dentro senza difese

Iniziano così tutte le lettere inviate a persone che si amano o con cui si è in confidenza, con un caro o cara. Ed io, che tante ne ho scritte nella mia vita, ora che sono adulta, ho pensato di scrivere a qualcuno di cui conosco molto bene la vita, le esperienze e le emozioni: me stessa. Può sembrare facile ma, in realtà, devo forse raccogliere le idee e i pensieri più del solito. Perché è una lettera d’amore, d’amicizia, ma anche di perdono, di speranza, di insegnamento. Un monito e un bilancio. Un monito per il futuro ancora da scrivere e un bilancio di ciò che ormai è già stato. Perciò mi siedo, mi raccolgo e scrivo.

Perdonarsi è il gesto più difficile

Cara me, da quanti anni ci conosciamo ormai! È passata davvero una vita intera da quando sei venuta al mondo, un po’ prima del tempo stabilito e con i piedi, come chi volesse sfondare una porta per entrare. Sei sempre stata un po’ ribelle, fin da quando ti sei affacciata alla vita. Eppure gentile e rispettosa, così mi hanno raccontato. Mi hanno detto che sapevi fare capricci infiniti per un’idea o per un piccolo, innocuo desiderio ed essere, al tempo stesso, obbediente e tranquilla. Una piccola peste dai capelli rossi, con un’indole da comandante e da poeta nello stesso essere. Proprio come tua madre, anche lei era così. E tu ne hai ereditato pregi e difetti. Essere, a volte, impulsiva e con una carica polemica senza argini e, a volte, delicata e persa nelle tue fantasie e nel tuo mondo intimo e privato. Sei stata una brava studentessa, di quelle che non fanno disperare i propri genitori, sempre voti alti e disciplina. Eppure una capace di organizzare e capeggiare pacifiche rivolte per i diritti. Come quando, alle medie, ordinasti a tutte le tue compagne di presentarsi in pantaloni, la settimana successiva, perché un’insegnante aveva ”osato” dire che le ragazze dovrebbero portare sempre la gonna. Tu sei così: da un lato disciplina e senso del dovere, dall’altro ribellione e insofferenza alle imposizioni. Una a cui piace comandare ma non essere comandata, direbbe chi ti conosce molto bene. Un generale con i riccioli rossi. Cara me, ti perdono. Dopo tutto questo tempo, non te lo aspettavi, vero? Non è mai stato un obbligo essere perfetta per gli altri, nessuno te lo chiedeva. Eri tu ad essere convinta che ciò che la vita ti aveva dato in sorte dovesse, in qualche modo, essere ripagato. Ma nessuno lo esigeva. Non i tuoi genitori, che ti hanno sempre amata incondizionatamente, senza pretendere nulla in cambio. Perché un bravo genitore è così, ama e basta. Né i tuoi fratelli che hanno sempre fatto altrettanto. Ti perdono per la poca indulgenza verso te stessa e per essere stata il tuo giudice più severo. E ti perdono per ogni ”temporanea dimenticanza” della tua dignità, le volte in cui hai amato un po’ troppo qualcuno non del tutto degno del tuo amore. Ti perdono per non essere stata tanto ambiziosa e non aver fatto qualsiasi cosa per trasformare in successi più grandi i tuoi talenti. Per aver sempre prediletto la serenità rispetto alla ricerca spasmodica di una perfetta felicità senza ombre. Per aver preferito le cose piccole a quelle grandi. Un po’ di benessere, un rifugio tranquillo in cui tornare, gli affetti familiari, la natura. Invece di rincorrere ricchezza, fama, sogni esagerati. E ti perdono pure il tuo voler ostinatamente conservare qualcosa di antico, demodé, pur essendo tecnologica in un mondo moderno. Il voler scrivere lettere come questa; usare ancora i quaderni e le penne, oltre al computer; il voler mettere le mani negli impasti, rifiutando quegli apparecchi che ti renderebbero tutto più facile, mentre tu vuoi ”sentire”. Con le mani, con i sensi, con il cuore. Ma sentire. Ciò che le macchine, ancora, e speriamo mai, non fanno. E veniamo ai consigli per il futuro. Ci ho pensato tanto e, alla fine, me ne è venuto in mente solo uno: resta te stessa! Continua ad essere autoritaria, forse, ma gentile. Cocciuta e testarda. Digitale ma ostinatamente un po’ analogica. Innamorata della natura in mezzo a foreste di cemento. Imperfetta ma sempre autentica.

Restare sé stessi, senza compromessi

Lo dico a me, ma lo dico a tutte noi. Siamo, sempre, convintamente, noi stesse! Nessun compromesso, nessun rimpianto, solo le migliori amiche della nostra anima …

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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