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io ero li - Ferentino fotofestival

IO ERO LÌ

Biancamaria Valeri racconta il suo percorso emozionale attraverso il FerentinoFotoFestival 2025, visitato tra il silenzio di Santa Lucia e le installazioni che trasformano il borgo in una galleria a cielo aperto. L’autrice descrive le opere degli artisti presenti e la forza dei messaggi affidati alla fotografia: il dolore della guerra, la memoria, la maternità violata, la fede ferita, la fragilità dell’uomo di fronte alla violenza. La visita diventa un pellegrinaggio tra immagini, simboli e silenzi che interrogano il presente e la condizione umana. Le fotografie – molte in bianco e nero – non gridano, ma raccontano con decoro e profondità le ferite del mondo, mentre gli spazi sacri e urbani di Ferentino amplificano il dialogo tra arte, storia e spiritualità.

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IO ERO LÌ

Scrivo questa prefazione per introdurre e accompagnare le bellissime parole di Biancamaria Valeri, che seguono in questo articolo, e che restituiscono con profondità e grazia l’anima del FerentinoFotoFestival.

Ci sono eventi che non si visitano: si vivono.

Il FerentinoFotoFestival 2025 è uno di questi. E anche quest’anno, passeggiando tra Santa Lucia e i vicoli silenziosi del borgo, ho ritrovato quella stessa energia che per anni abbiamo respirato al Bagatto a Frosinone, quando ogni mese ospitavamo artisti e fotografi che oggi ritrovo qui, maturi, appassionati, sempre più incisivi. Molti di loro li ho visti crescere, partecipare, sperimentare con noi: rivederli in un contesto così curato è come osservare l’evoluzione naturale di un percorso condiviso.

E poi c’è Ferentino, che merita un applauso sincero.
Perché custodire un centro storico non è un gesto estetico: è un atto culturale e identitario. Questo borgo continua a dimostrare che, con manutenzione costante, ordine e organizzazione, i luoghi tornano a parlare, ad attrarre, a creare comunità.

E quanto vorrei poter dire lo stesso del capoluogo.
Frosinone ha un centro storico pieno di potenziale, eppure ancora soffocato da incuria, disordine e mancanza di visione. Un giorno – spero presto – sogno di vedere i suoi vicoli puliti, ristrutturati, vivi di eventi come questo, capaci di restituire al territorio la dignità culturale che merita.

Per ora, però, il merito va riconosciuto:
BRAVA FERENTINO.
Perché quando si investe davvero nella bellezza e nell’arte, tutto il resto segue.

E sì, anche io ero lì.
E ogni passo, ogni immagine, ogni silenzio ha confermato quanto sia importante continuare a esserci.

                                                                                                                  Alfio Mirone

IO ERO LÌ

Impressioni a margine del Ferentinofotofestival 2025

di Biancamaria Valeri

La mattina del 20 settembre 2025, in tardissima mattinata, nel momento del massimo silenzio, appena finito lo scampanio che annunciava il mezzodì, mi sono recata a visitare a Santa Lucia le installazioni di FerentinoFotoFestival, decima edizione 2025, svoltasi a Ferentino dal 17 al 21 settembre. FerentinoFotoFestival è una kermesse d’arte curata dal fotografo ferentinate Fulvio Bernola, che ne è anche il direttore artistic; è un festival che accoglie fotografi e artisti di grande sensibilità, nomi che portano con sé storie, esperienze e talenti diversi: Fabio Altobelli, Fulvio Bernola, Eva Chupikova, Angela Cialone, Francesco Cito, Adamo Dell’Orco, Maria Novella De Luca, Augusto Di Marco, Giancarlo Galione, Paula Rae Gibson, Massimo Giorgi, Patrick Nicholas, Graziano Panfili, Emiliano Recchia, Francesco Rolletta.

IO ERO LI
IO ERO LI, Ferentino

La tematica sulla quale sono stati invitati ad esprimersi gli Artisti, è indicata dal titolo della locandina “Io ero lì. A passo d’uomo tra immagini, memorie e spazio urbano”. Il Festival di quest’anno, come i precedenti, con l’esposizione delle opere d’arte realizza un mosaico corale che trasforma Ferentino in una galleria a cielo aperto, un luogo in cui i muri, le piazze e le storie diventano cornici vive di memoria e identità. Nemmeno una voce, nemmeno un grido, solo il silenzio e la voce leggera della brezza tra le fronde degli alberi, che si protendono come a tutelare ricordi antichi, armonie scomparse.

E S. Lucia, la chiesa solenne, muta nella sua facciata senza aperture, non fosse altro che per una piccola finestra lunettata chiusa da spessi vetri, si affaccia sul sagrato. Se ti avvicini senti ancora il mormorio litanico di tante e tante preghiere del passato, che risuonano tra le sue navate, le cui pareti, dipinte con arcaici affreschi, testimoniano l’arte, la fede, la devozione, la tradizione di un popolo, che rischia di dimenticare e con questo oblio di sparire nella nebbia del futuro.

Sul contrafforte in facciata un omino nero cade a terra, senza un grido, in silenzio anch’egli,  con le braccia aperte a mo’ di croce. Un Prometeo moderno che sconta nel suo martirio, nella caduta un oltraggio agli Dei superni o una morte per non essersi omologato con la ghiaia dei plebei. È un eroe! Sulle pendici riarse dalla calura corre rettilinea una “diga”, una barriera di foto in bianco e nero: il nostro NO ALLA GUERRA, che nasce dall’odio, dalla tracotanza e semina lutti e rovine.

In controluce una facciata sbrecciata, con le finestre vuote e scure, come occhi senz’anima; e dietro i vetri di un pullman scalcagnato il volto sbigottito, attonito, incredulo di una bambina, che con le sue manine pensa di rendere invincibili, invulnerabili i vetri del finestrino, impermeabili alla violenza delle bombe e delle schegge. Proseguo l’itinerario, quasi fosse un pellegrinaggio tanto è prepotentemente sentito lo sforzo di trovare pace e misericordia, di immergersi in un lavacro per purificarsi dalle brutture del male e dell’egoismo.

Si stagliano su una facciata a pietra a vista foto di maternità violate, di eleganti donne che come palmizi  regali vogliono augurarsi che la pesantezza si muti in leggerezza e il frastuono degli ordigni sia tramutato in leggero e impercettibile fruscio delle foglie. E sul finire della piazzetta assolata, dove si protende una lama d’ombra, segno premonitore dell’incipiente tramonto, c’è Lei: la Vergine Madre, in trono con il suo mistico Figlio. La Vergine Madre guarda e tace, addolorata per l’insipienza malvagia e violenta dei suoi terreni Figli. Il cerchio si chiude su quel cuore di Madre che batte all’unisono con quello del Figlio e implora: Pace, Pace per gli Uomini amati, nonostante tutto, dal Signore.

Che cosa dire di fronte a tanto muto dolore, a tanta forza delle immagini che gridano l’amore anche senza proferire parola? Sono tornata il 21 settembre a ripercorrere di nuovo l’itinerario. Bella bella, bella la mostra; le foto in bianco e nero esaltano il dramma della guerra, che però è lasciato nello sfondo, non è cruento. È dolore sommesso. Le immagini trasmettono un grande decoro.

I testi della brochure ti scavano dentro. Il colore beige della locandina riprende il colore caldo della pietra di S. Lucia, della pavimentazione del sagrato, della facciata della casa che si alza come una torre di fronte alla chiesa. La barra verde oliva chiaro riprende mirabilmente e sottolinea il verde riarso del declivio del colle. Una pittura tonale. Un collegamento ideale tra luogo di culto religioso, la Chiesa; luogo degli affetti familiari, la casa; luogo della manifestazione del sentimento civico, la piazza/sagrato. E sul Colle: il moderno Golgota dove alle frecce e alle lance si sostituiscono altre più micidiali armi.

Le Pie Donne ai Piedi della Croce? Inchiodate sulla facciata della casa a destra della scena centrale. Una meravigliosa Maddalena (Nicholas), la Madre con in braccio il Figlio, scena che può suggerire un incredibile collegamento tra il figlio della Vergine Madre, amato, tenero, piccolo e inerme, che tante volte Maria tenne tra le braccia e protesse e i Figli a lei donati dalla croce, dilaniati dalla morte e dalla sofferenza. Tale collegamento è qui a Ferentino in un tempo e in uno spazio annullato, in cui tutto ciò che fu nel passato è ancora vivo e drammatico al tempo d’oggi; ma le lancette sono ferme.

La Storia si ripete! E il dolore e l’odio sono tragicamente gli stessi, non cambiano. Urlano con gli sguardi, con una protesta muta. Quando tornerà il Figlio dell’ Uomo sulla Terra, troverà la Fede? E noi continuiamo ad essere comodi spettatori seduti davanti alle nostre TV, con discussioni di maniera, con l’urlo della Piazza che non produce frutti, perché ragioni e spiegazioni nascono nelle menti avviluppate nel groviglio di contrapposizioni pregiudiziali. Colpevoli tragicamente ambedue i contendenti: l’aggressore e l’aggredito: non ci sono innocenti! I lupi hanno fame e uccidono.  La “Donna di Pietra” guarda, tace e aspetta. Non si tratta di tempo sospeso, il tempo è fissato, non passa, perché interminabile è e rimane il dolore. Il seme del male è nel cuore dell’ Uomo.

Ed io sono tornata; ho ripercorso il cammino ed ho finito l’impresa. Anche “io ero lì”. Per completare l’itinerario nella bellezza artistica, che offre spaccati di vita anche orrendi, contenuti esistenziali dove la vita stessa è tolta nell’espressione delle vite individuali e della collettività. Ma il racconto è pacato; denuncia senza gridare, scorrendo veloce come un lampo di luce sulle brutture disarmoniche e disarticolate che generano la morte e il lutto. Sì tutto tace, fissato dallo scatto fotografico. Nelle foto domina il silenzio, talvolta rotto impercettibilmente dal serpeggiare del vento e dal pianto senza lacrime.

Sono tornata nel pomeriggio del 22 settembre, Quando le ombre si allungavano sulla terra, sono tornata ed ho completato la visita, il pellegrinaggio tra il grido muto delle foto e delle installazioni. Sono entrata, in punta di piedi, nella chiesa vuota, illuminata da una chiara luce calda che soffusa annullava ogni ombra. Sulle pareti le foto della natura vista dall’alto, dell’acqua scura dell’Oceano, delle montagne solidamente ferme sull’elemento liquido e fluttuante della superficie marina, delle brume che coprivano di sogno panorami spettrali. Una donna scompare nell’elemento acquatico trasparente, verdeggiante, fresco; affonda nell’acqua, nuovo liquido amniotico in cui si riavvolge la linea della vita: da adulta la donna è risucchiata nell’acqua del grembo materno da cui ebbe origine.

E le lacrime del cielo fratturato e caduto sulla terra ? Formelle regolari, graffiate da linee multicolori che si staccano dal fondo blu di cobalto, indicano un itinerario che non inizia e non ha fine. Si sviluppano in un tempo sospeso, in uno spazio senza direzione. La caduta degli dei, la caduta dei Titani sconfitti nella loro tracotanza di ardire, di osare la conquista dell’Olimpo. Una scultura multiforme e aggrovigliata, ricavata da un tronco d’ulivo capovolto, mostra al cielo le sue radici serpentine da cui emergono mostri, cavalli, uomini divincolati e svincolati gli uni dagli altri. Perché l’odio divide, come divide la violenza e la sconfitta. QUIS UT DEUS? Ma si deve aggiungere un grido, antico e nuovo: DOVE SEI DIO? Solitudine e silenzio!

E poi ti sprofondi nella cripta, scendi la scala ripida e tra le colonne fili rossastri indicano le tensioni della vita. E il bel rosone di S. Maria Maggiore giace a terra fra le colonne che reggono le crociere della volta. Le crociere come croci che ti piombano dall’alto e ti atterrano. E il rosone non lascia passare il sole, la luce. Giace immerso in un compatto azzurro oltremare circondato da pani segnati da croci bianche, le croci della vita che si moltiplica e si rifrange e si avvolge su se stessa nel circuito infinito di una circonferenza senza inizio e fine, infinita nel suo correre e circondare.

Finalmente esci dalla vertigine; esci e trovi l’oscurità della volta celeste, mentre le lampade cittadine illuminano piazze e strade e non ti permettono la visione delle stelle. E la Donna di Pietra dietro la stretta stradina che costeggia la parete esterna della chiesa, guarda e tace. Pietrificata è la sua anima e la sua parola.

 

 

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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