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In questo testo di chiusura, Paola Pisano accompagna il lettore in una riflessione profonda e delicata sul tempo che passa, sulle parole che restano e sui cambiamenti che trasformano. Un bilancio umano e autentico che intreccia scrittura, coscienza e desiderio di futuro, nel segno della continuità e della responsabilità personale.
Chiusura
Ci sono voci che non passano: restano.
E questo mese, più di ogni altro, lo sentiamo con chiarezza. Il nuovo articolo di Paola Pisano non è soltanto un contributo: è una soglia. Una chiusura che profuma di continuità, una pausa che sa di promessa, un respiro che prepara il passo successivo.
Nel suo articolo, Paola cita Montecassino, il luogo dove iniziò la sua rubrica e dove si troverà di nuovo quando questo numero uscirà.
Un ritorno che non è nostalgia, ma riconoscimento: quando qualcosa lascia un segno autentico, torna sempre al punto da cui è nato.
E oggi quella voce si ferma un momento — non per mancanza, ma per impegno, per un nuovo progetto che la assorbirà profondamente.
Ci mancheranno le sue parole.
Lo dico io, ma lo dice anche la nostra redazione ogni volta che arrivano i messaggi dei lettori: sono tanti, continui, affettuosi. Lettori che hanno trovato nella sua scrittura una compagnia discreta, un rifugio, un pensiero che li ha fatti respirare meglio.
In questa pagina, Paola ci affida tre parole che diventano bussola:
autenticità, coscienza, trasformazione.
Non concetti astratti, ma gesti quotidiani.
Non intenzioni, ma direzioni.
Le offre a sé stessa per il nuovo anno — e, inevitabilmente, le offre anche a noi.
A chi legge, a chi scrive, a chi vive questo magazine come un luogo di incontro, di scambio, di umanità.
La sua non è una fine.
È un arrivederci.
Un punto e virgola scritto in un luogo carico di storia, di silenzi e di visioni.
E noi restiamo qui, con gratitudine, in attesa della prossima pagina che vorrà regalarci.
Alfio Mirone
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Si avvicina la fine dell’anno ed è un momento quasi obbligato di riflessione. Guardiamo ai mesi che abbiamo lasciato alle spalle e, in questo mese di dicembre, proiettiamo i nostri sogni verso l’anno che verrà. Quando queste parole usciranno nel prossimo numero, io sarò nello stesso posto in cui ho scritto la mia prima rubrica: Montecassino. Sarò tra i libri della biblioteca dell’Abbazia, tra le parole, tra l’aria della Ciociaria. Possiamo dire un full circle, una rinascita e una chiusura per questa rubrica perfetta.
Ed è proprio in queste settimane di intensa introspezione che mi affido alle parole e agli scritti che sono stati condivisi in questo anno. Questa rivista e questa rubrica mi hanno dato l’opportunità di esprimere le mie opinioni, i miei sentimenti e le mie esperienze. Attraverso questa lingua, la mia terza lingua, ma quella in cui ho trovato inaspettatamente libertà, ho potuto dire cose che forse non avrei saputo dire altrove. Ho ricalibrato idee, dato forma a pensieri sospesi, e mi sono nutrita delle parole degli altri collaboratori come ci si nutre in una buona tavolata: con gratitudine e curiosità.
Il magazine Ciociaria & Cucina non è un semplice archivio di sapori e storie vere. È molto di più. C’è un filo rosso che attraversa tutti i suoi contenuti: parole che ho trovato nelle pagine che ho letto, e che ho cercato di abitare, a modo mio, in quest’anno. E ora voglio che siano, come dicono gli americani, le mie resolutions, i miei propositi per l’anno prossimo.
In questi mesi, alcune parole sono tornate più spesso di altre. All’inizio sembravano solo idee sparse nei margini dei miei pensieri, poi si sono fatte compagne di viaggio. Le ho riconosciute nei gesti quotidiani, nei testi scritti e riscritti, nei dialoghi difficili, nei silenzi. Queste parole sono il sapore del magazine, che ora profuma anche la mia vita.
L’atto di essere contrari alla condizione superficiale e impersonale in cui spesso ci si adatta per non disturbare. L’autenticità è la qualità che più ho cercato: nel modo in cui scrivo e nel modo in cui vivo. Quest’anno l’ho sentita soprattutto nei momenti in cui ho detto no, anche quando avrebbe fatto comodo dire sì. Quando ho scritto con il mio cuore, senza preoccuparmi di cosa penseranno di me, se sono intensa o rara o se verrò incasellata in paragoni rigidi e strutturati. Il magazine promuove questa stessa autenticità: nei prodotti raccontati, nei paesaggi interiori condivisi, nella scelta di valorizzare ciò che non è preconfezionato. Ma che cosa significa essere autentici nell’era della superficialità? Come restare fedeli a sé stessi in un mondo che urla al conformismo? Non è solo il cibo a meritare autenticità. Lo è anche il modo in cui comunichiamo, le decisioni che prendiamo ascoltando i nostri cuori, e la maniera in cui desideriamo abitare questo mondo. Un’autenticità che si riflette non solo nelle parole, ma che si accompagna alle azioni. Azioni che nascono dal desiderio di acquisire consapevolezza e contribuire, anche solo con piccoli gesti, a un mondo migliore.
Credo che sia il passo più naturale quando si sceglie l’autenticità. Come se, smettendo di fingere, le voci interiori cominciassero a parlarti più chiaramente. Ho capito che la coscienza non è sempre una voce grave e forte. A volte è un sussurro che ti fa correggere una riga, cambiare strada, o alzarti di fronte alle ingiustizie con la fronte alta e il coraggio di denunciarle. La coscienza, per me, è diventata la misura silenziosa di tante scelte. Nel contesto di questa rivista, è anche il suo motore etico: spinge la narrazione oltre la mera gastronomia, verso temi di giustizia sociale, ecologia, responsabilità personale e collettiva, locale e internazionale.
Due passi, autenticità e coscienza, che portano inevitabilmente alla terza parola.
Non quella da annunciare, ma quella più difficile da riconoscere: lenta, quotidiana, silenziosa. Non sono una persona che resiste al cambiamento. Eppure, in più di un’occasione, mi sono ritrovata davanti a trasformazioni tanto personali quanto professionali, e le ho affrontate con paura, ma con coraggio. Alcune sono arrivate come vento improvviso, altre come decisioni maturate lentamente. Tutte, però, hanno lasciato una traccia. La trasformazione è il processo dinamico che permette all’individuo di evolvere, anche quando è scomodo. In alcuni casi, onorando le tradizioni senza tradirne le radici; in altri, prendendo le distanze da ciò che non è più allineato con il nostro modo di stare al mondo.
Queste parole sono l’aria che si respirano nel magazine e non sono solo una chiusura: sono una bussola con cui immagino il mio 2026.
E invito chi legge a fare lo stesso: a trovare le sue parole e ad abitarle nel modo che renda più felice la propria vita.
Buon Natale e Buon Anno a tutti!
Chiusura