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MARIO PATRIZI. LA TERRA PROMESSA

MARIO PATRIZI. LA TERRA PROMESSA

Dal 6 al 21 dicembre 2025, la mostra “La Terra Promessa” di Mario Patrizi, ospitata a Ferentino, ha raccontato la Ciociaria attraverso scene di vita contadina, natura e memoria collettiva, restituendo un mondo antico ricco di umanità, luce e partecipazione.

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Mostra Mario Patrizi Ferentino

MARIO PATRIZI. LA TERRA PROMESSA

Mostra di pittura

La mostra a Ferentino

Dal 6 al 21 dicembre 2025 a Ferentino, nella Galleria Vicolo Sistitilio, si è svolta la mostra di pittura La Terra Promessa di Mario Patrizi, artista frusinate.

L’esposizione è stata organizzata dall’Associazione “Cardinale Ennio Filonardi” di Ferentino ed ha dato al numeroso pubblico, grazie all’accurata selezione del curatore, il prof. Alfio Borghese, il piacere di riflettere, tramite i quadri di Mario Patrizi, sulla nostra bella Ciociaria.

MARIO PATRIZI. LA TERRA PROMESSA

La terra promessa e il richiamo biblico

Quando ho letto il titolo che indica il filo conduttore dell’itinerario sulle opere, il mio pensiero è andato alla Sacra Scrittura: “Ti darò un Paese dove scorre latte e miele” (Esodo, 3:8).

La terra “dove scorre latte e miele” è una metafora biblica ricorrente nel Cristianesimo, che descrive abbondanza, prosperità e fertilità; e, vedendo i bei quadri di Mario Patrizi, anche la Ciociaria è una “terra dove scorre latte e miele”, dove la società del tempo andato viveva di agricoltura, di artigianato, di commercio, di socialità, di convivialità.

La terra fertile produceva copiosi raccolti che mani alacri rielaboravano; vi fioriva l’artigianato; vi fioriva il commercio. I meravigliosi paesaggi e monumenti di eccezionale bellezza richiamavano turisti e villeggianti; la società viveva seguendo il mos maiorum e nel rispetto della natura e del succedersi regolare delle stagioni.

Colori, luce e vitalità della Ciociaria

Colori squillanti, vivaci sono le caratteristiche delle tele di Mario, che attraggono lo sguardo e ci fanno immaginare una terra dove, oltre allo scorrere del latte e del miele, il cielo è sempre azzurro e il paesaggio sempre soleggiato.

Veramente la Ciociaria è la terra promessa per la ricchezza del suo suolo, per la vivacità della vita, per i costumi degli abitanti schietti, gioiosi ed accoglienti.

Il rapporto con la natura e la vita contadina

Scrive Alfio Borghese nella sua presentazione alla mostra: “Mario Patrizi trae ispirazione dal diretto contatto con la natura”, natura raffigurata in modo attento e particolareggiato, ma vivendo le immagini nella trascolorazione poetica.

“Patrizi non ha mai dipinto una fabbrica o un operaio. I suoi interessi sono sempre stati legati alla campagna, alla vita contadina”; vita contadina forse un po’ idealizzata, in cui emerge un messaggio di serenità e di positività, una vita gioiosa vissuta con l’animo di un fanciullo, privo di pregiudizi, l’esperienza di una favola bella e divertente: quella dell’età dell’oro.

Tecnica pittorica e nature morte

Ma la pittura di Mario Patrizi non è ingenua; fa emergere una solida base di scuola e di esperienza tecnica. Le sue nature morte sono emblematiche.

Conche ciociare, scolapasta, scaldini, utensili lucidi, che ci ricordano, insieme ai monili di corallo, la dote preziosa delle giovani spose; non mancano tra i soggetti raffigurati attrezzi del lavoro agricolo, damigiane, dipinte su fondo brunito, il muro annerito della dispensa.

In queste nature morte “emerge con forza lo studio con il maestro Agostino Caputi che ha insegnato a Patrizi l’arte della Natura Morta, ma l’artista ciociaro è andato oltre gli insegnamenti, superando il maestro nello studio della luce e del colore” (Alfio Borghese).

La comunità, il lavoro e la vita sociale

Mario Patrizi è poeta della vita sociale: ritrae il momento della raccolta delle olive, mettendo in risalto la gioia di lavorare insieme. Sembra quasi di sentire canti e stornelli mentre accompagnano la fatica del lavoro, quasi per alleviarne il peso.

È una scena epica, perché tutta una comunità si stringe insieme per facilitare il lavoro dei campi. Il lavoro non è mai isolato, nelle scene di Patrizi, è partecipato.

Le “Lavandaie” e la commedia umana

E nell’opera più famosa, Le Lavandaie, ritratte alla fonte pubblica per il bucato, due donne lavorano e guardano lo spettatore, lo guardano con occhi pieni di ironia e di complicità.

Chissà quali storie hanno raccontato prima di essere sorprese dallo sguardo curioso del pittore, del passeggero. Storie di vita cittadina, comunicate, forse bisbigliate, con sguardo smaliziato, ma non malevolo.

È la commedia umana che corre sulle labbra delle due donne, sono vizi nascosti e pubbliche virtù messe a contrasto con quanto le ombre malcelate delle storie vogliono coprire. Ma su tutta la vicenda umana brilla la luce chiara del giorno.

Ritratti, convivialità e il rito della “pènnica”

Belli i ritratti dei vecchi, dove le rughe messe in evidenza sulle facce scavate dal sole lasciano intendere il duro lavoro quotidiano, ma non noia o rabbia.

Le tele messe in mostra prediligono i momenti conviviali, il piacere di sedersi a tavola davanti a un succulento piatto di pasta fumante, davanti a fiaschi di vino ai quali i commensali hanno ampiamente attinto.

E che dire del dopo pasto? Tre commensali, dopo la grande abbuffata, forse imbandita per il pranzo domenicale, forse per una festa pantagruelica, cedono al richiamo del sonno. Il pasto è stato troppo abbondante e i commensali hanno sciolto le loro membra esauste nella pènnica pomeridiana.

La pènnica: un rito ormai scomparso nella frenesia della vita moderna, mentre invece era patrimonio di tutta una comunità dei nostri luoghi fino a qualche tempo fa. Il termine, ritenuto popolaresco o dialettale, ha origini auliche, poiché deriva dal verbo latino pendiculare (pendere, oscillare).

Memoria, testimonianza e pittura come racconto

L’arte di Patrizi, come afferma Antonio Mantova nella brochure della mostra, ce lo presenta potente ritrattista “dai toni incisivi e pieni di umanità, riesce senza equivoci o scorciatoie a far entrare il personaggio ritratto, con tutte le sue emozioni di una vita vissuta, nel cuore di chi lo ammira”.

Patrizi fa rivivere a chi ha conosciuto, anche per sottolineatura anagrafica, un mondo antico, piccolo e al contempo grande, perché appartenuto ai nostri avi, che ce lo hanno trasmesso attraverso racconti nelle lunghe sere invernali davanti al camino.

Interessante potrebbe essere il riferimento al film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978), narrazione che segue il corso delle stagioni, così come il fluire di un placido fiumicello tanto tipico delle nostre valli ciociare.

Un’arte che diventa memoria collettiva

Verrà un giorno, è quasi la profezia di Antonio Mantova, in cui i quadri di Mario Patrizi assurgeranno al ruolo di testimoni del tempo, così come le fotografie ottocentesche dei Fratelli Alinari, “che ci hanno testimoniato un mondo e una società che altrimenti non avremmo mai potuto immaginare”.

L’arte di Patrizi è una volontà di testimonianza, dichiara Marcello Carlino. È pittura di memorie, di malinconia assorta, di radicati affetti e di partecipazione.

Mario Patrizi, nei e con i suoi dipinti, vuole dialogare con il fruitore dell’opera, invitandolo a interpretare con il linguaggio del sentimento, usando la pittura “come ponte di emozioni, come pegno per il sogno di una comunità ritrovata”.

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
Articoli: 1846

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