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Un approfondimento storico-artistico sui pulpiti medievali della Cattedrale di Ferentino: dalle origini paleocristiane agli amboni altomedievali, fino allo smantellamento dei preziosi arredi cosmateschi.
I Pulpiti medievali della Cattedrale di Ferentino
La presenza di comunità cristiane in Ferentino ha testimonianza epigrafica risalente ai primissimi anni del IV sec.; infatti questo è attestato in due iscrizioni mutile che fanno riferimento all’epoca della persecuzione dioclezianea in città. Le due iscrizioni, giunte a noi purtroppo mutile, ricordano che edifici cristiani furono distrutti durante i torbidi della persecuzione e successivamente furono ricostruiti per accogliere il culto cristiano reso pubblico con l’Editto di Costantino. La prima iscrizione, conservata nella chiesa di S. Maria Maggiore, reca la memoria che il marito, Valerio Gaio, fece della moglie che ricostruì, generosamente a sue spese, un edificio cristiano distrutto, sito nell’area della domus ecclesiae (attualmente se ne rinvengono le fondazioni sotto il pavimento della soprastante chiesa gotico-cistercense). L’altra epigrafe, custodita in cattedrale, fa memoria di una vedova che, sempre a sue spese ricostruì, con connotati architettonici regolarmente basilicali, un’altra domus ecclesiae, verosimilmente sita nell’area della spianata dell’acropoli romana di Ferentino; in questa epigrafe la vedova ricorda anche la generosità del marito (coniugi), che contribuì con lei alla ricostruzione dell’edificio.
I Pulpiti medievali della Cattedrale di Ferentino
Gli Studiosi si sono confrontati su queste due testimonianze per capire se le epigrafi si riferiscano ad un’unica persona, impegnata nella ricostruzione del medesimo edificio forse da identificare con la prima “casa dell’assemblea cristiana”, S. Maria Maggiore. A mio giudizio, invece, proprio per la dislocazione delle due lastre in due luoghi distinti della città e inglobate successivamente in due diversi edifici sacri, poi ricostruiti sulle macerie causate dalla persecuzione, si dovrebbe propendere per l’ipotesi dell’esistenza di una fervida comunità cristiana ferentinate, che ebbe ben due luoghi di culto in città. Tutte e due le domus erano site in un’area di vivace vita cittadina: la prima vicino al teatro, la seconda prossima alla basilica, il tribunale edificato nell’area sacra e pagana per eccellenza, la spianata dell’acropoli romana. La scelta non fu dettata dalla sfrontatezza dei cristiani, ma dalla loro prudenza: nelle aree urbane a grande transito di pubblico, per partecipazione a spettacoli o a riti pubblici romani, gruppi di persone che entravano nelle case private non destavano sospetti. Non si deve dimenticare che fino all’Editto di Milano il Cristianesimo non era religio licita. (Per ulteriori notizie sulla cattedrale di Ferentino cfr. La cattedrale di Ferentino, a cura di Biancamaria e Maria Teresa Valeri, 2023)
Molto interessante è fare riferimento alla basilica sita sulla spianata dell’acropoli, dedicata a Maria Madre di Dio, che a partire dal IX secolo divenne la cattedrale di Ferentino, sostituendosi alla prima cattedrale, S. Maria Maggiore dedicata alla Vergine Assunta al Cielo. L’edificio basilicale era ampio e sontuoso, perché insisteva sulla basilica romana, a tre navate absidate con la centrale più grande; questa si prestava, architettonicamente, ad essere la cattedrale di una diocesi importante come quella di Ferentino; mentre la chiesa di S. Maria Maggiore, come testificano le sue fondazioni di età paleocristiana, era rimasta di modeste dimensioni. Inoltre la basilica sulla spianata dell’acropoli svettava su tutta la città e si apriva al dominio visivo di tutta la valle nella quale correva la Via Latina. Alla “nuova” cattedrale i vescovi che si succedettero almeno dalla fine dell’VIII secolo dedicarono importanti interventi edilizi e di decoro architettonico per adeguarla alle funzionalità di una cattedrale vera e propria.
Nel IX sec. d. C. in età carolingia o altomedievale durante l’episcopato di Pasquale vescovo all’epoca di Pasquale I papa (papa dall’817 all’824) si diede un assetto architettonico interno conforme agli stilemi artistici e liturgici del periodo. Si conservano tracce di questi nei reperti marmorei di raro pregio conservati in modo frammentario: in particolare in quattro lastre marmoree del ciborio altomedievale che copriva l’altare maggiore; un’iscrizione mutila abrasa in diversi punti (riutilizzata in epoca successiva per altri scopi, forse come bordo di un gradino) che forse sormontava la lastra frontale del ciborio indicando il nome del vescovo committente e l’epoca in cui il manufatto fu realizzato (all’epoca di Pasquale I papa, essendo vescovo Pasquale); diverse lastre marmoree disperse nei locali della sacrestia e dei magazzini del criptoportico romano, compatibili con la balaustrata della schola cantorum e, sicuramente, di un pulpito andato completamente perduto nelle epoche successive. Nel XII sec. d. C. durante l’episcopato di Agostino (1106-1113) la cattedrale fu “ammodernata” con la decorazione cosmatesca che commissionò lo stesso Vescovo a Paolo di Cosma marmorario romano (balaustre cappella di S. Ambrogio) e dei suoi figli Luca e Giovanni (pavimento e colonna tortile) e di Drudo de Trivio (ciborio, forse il pulpito ed anche le balaustre della schola cantorum).
Del pulpito altomedievale, più propriamente definito “ambone”, non possediamo resti marmorei che ci possano far risalire alla sua struttura; restano lastre e frammenti marmorei finemente decorati nelle forme della preziosa arte cosiddetta “longobarda”, decorazioni che riflettono le fasi dell’arte medievale (paleocristiana, bizantina, “longobarda”, carolingia), caratterizzate da motivi geometrici, astratti e simbolici, spesso con ornamenti intrecciati e figure stilizzate. L’arte altomedievale si esprime in amboni in pietra semplici, di cui abbiamo esempi paleocristiani e bizantini. Erano piattaforme sopraelevate utilizzate durante la liturgia per la lettura del Vangelo e per l’omelia (a sinistra della navata) e per la lettura dell’Epistola (a destra della navata). Spesso erano collocati all’interno della schola cantorum o ai lati del presbiterio, come ancora oggi si vede nella basilica di S. Clemente in Laterano (Roma).
A Ferentino il pulpito del IX secolo è stato smantellato, forse al momento in cui si decise di rinnovare l’arredo interno del tempio secondo stilemi cosmateschi; i suoi elementi sono conservati in stato frammentario e disordinato in cattedrale. Per avere un’idea di come poteva essere tale monumento basta riferirsi al bellissimo pulpito di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, costruito in età ostrogota. Lo possiamo ammirare in una nitida fotografia dell’Istituto Centrale di Catalogazione e Documentazione. Si presenta come tribuna rialzata, poggiante su quattro esili colonnine laterali, mentre una robusta colonna, al centro della piattaforma, reggeva tutto il peso del monumento. Il pulpito è chiuso su tre lati da un parapetto leggermente in aggetto, convesso e decorato, nel lato principale, con motivi geometrici: quattro rombi concentrici, le cui diagonali formano una croce greca, al cui centro si apre una rosa stilizzata. Negli angoli del quadrato, in cui sono inscritti i rombi, sono scolpiti elementi naturalistici stilizzati. In asse con le colonnine, che reggono il pulpito, in ogni pannello laterale è scolpita una croce con bracci a coda di rondine poggiante su un disco. Orna il basamento della tribuna una cornice, riccamente decorata, che si ispira a modelli romani. I capitelli delle colonnine presentano decorazione a foglie stilizzate di acanto.
Il pulpito ferentinate differentemente da quello di Ravenna aveva una diversa decorazione, stando a quanto è rimasto dell’arredo altomedievale della chiesa. Possiamo desumere dallo stato dei reperti salvatisi che la balaustrata quadrangolare della tribuna fosse realizzata con lastre marmoree decorate con nastri, trecce, fiori stilizzati ed altri elementi geometrici di rara fattura, dovendosi accordare con il ciborio monumentale eretto sull’altare maggiore. Si conservano del ciborio le quattro lastre su cui poggiava la copertura. La più bella è quella frontale nella quale sono scolpiti due pavoni (simbolo della regalità e dell’immortalità) che bevono dalla corolla di un giglio, trecce (simbolo dell’infinito), gigli stilizzati (simbolo del Paradiso), elementi decorativi raccordati armonicamente tra loro e in relazione con la superficie disponibile della lastra.
Sempre in cattedrale si conservano, anche se riutilizzate in modo difforme dall’utilizzazione originaria, altre lastre compatibili con la balaustrata della schola cantorum o per le lastre perimetrali del pulpito.
Anche del pulpito cosmatesco non si conserva il monumento integro. Questo fu smantellato all’epoca del vescovo Giancarlo Antonelli, che decise di rinnovare nello stile del suo tempo la cattedrale. Vennero tolti, ad eccezione del ciborio di Drudo de Trivio (metà del XIII secolo), che continua ancora oggi a svettare sul presbiterio, tutti gli arredi e le decorazioni cosmatesche, voluti a partire dal Vescovo Agostino (1106-1113), monaco benedettino di Casamari, che commissionò la cappella dedicata al martire Ambrogio al marmorario Paolo. Gli interventi di decoro cosmatesco terminarono intorno alla prima metà del XIII secolo con la cospicua donazione di Giovanni de Ferentino arcidiacono di Norwich. Come avvenne per il pulpito altomedievale anche il pulpito cosmatesco, esistente ancora alla fine del XVI secolo, fu smantellato e i suoi elementi architettonici vennero portati nei magazzini della cattedrale e conservati in modo frammentario e disordinato.
Si possono rinvenire lacerti di tale mirabile opera, probabilmente risalente o all’epoca del marmorario Paolo (XII secolo) o ai lavori condotti in Cattedrale all’epoca di Drudo de Trivio (prima metà del XIII secolo), tra i resti cosmateschi conservati attualmente esposti lungo le pareti della cattedrale. E si può congetturare, per esempio, che le sculture zoomorfe conservate attualmente in Cattedrale a Ferentino, individuate come elementi erratici e riutilizzati come decorazione della porta di accesso alla sacrestia, siano, in realtà, le basi delle colonne, sulle quali si reggeva il pulpito cosmatesco. E questo spolio si ritroverebbe anche nella decorazione della cattedra episcopale esistente costruita agli inizi del XX secolo.
Per fortuna abbiamo una descrizione della fine del XVI secolo che ci fa immaginare come il manufatto fosse sontuoso: era al centro della chiesa nella navata maggiore sul suo lato sinistro; era grande e di marmo, decorato in stile cosmatesco. Si reggeva su sei colonne di marmo ed era sormontato da un grande crocifisso (ASV, Congregatio Concilii, 73, Visita Apostolica di Pietro Antonio Olivieri, 1581, cc. 116 ss.). Durante i restauri del 1898-1905 vennero rinvenuti due leggii di marmo, uno aperto sul supporto raffigurante un’aquila, l’altro aperto sul supporto raffigurante un angelo. È difficile datarli con precisione, ma potrebbero essere fatti risalire al XIV-XV secolo. Tali leggii furono trafugati nel 1979.
La presenza di due leggii, collocati durante i restauri novecenteschi sulla balaustra composta per delimitare il presbiterio, balaustra mai esistita sul presbiterio nella chiesa medievale e moderna, potrebbe far supporre la presenza nella cattedrale ferentinate di due amboni: uno in cornu epistulae, l’altro in cornu evangelii, come era tipico nelle chiese paleocristiane e medievali; alla metà del XVI secolo dei due pulpiti ne sopravvisse solo uno, quello edificato sul lato sinistro della navata centrale, come da descrizione resa da Mons, Pietro Antonio Olivieri, durante la visita apostolica del 1581.
Si può ricostruire la struttura del pulpito cosmatesco della cattedrale di Ferentino confrontandola con esempi similari e coevi presenti in chiese romane, laziali e campane; ma la migliore similitudine si può fare con il pulpito cosmatesco della chiesa di S. Pietro in Fondi, già cattedrale di quella città e diocesi.