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Eugenio Cisterna, pittore eclettico dell'Ottocento, lasciò un'impronta profonda ad Anagni: dalle allegorie storiche della Sala delle Quattro Ere nel Palazzo Comunale — purtroppo distrutte nel 1970 — ai raffinati velari della cattedrale di Santa Maria Annunziata. Un racconto tra arte, storia locale e identità ciociara.
Eugenio Cisterna Anagni affreschi
“Venuto in Anagni nel 1872 a prestare servigio nell’arte salutare, amante di ricerche, mi posi ad indagare intorno alle notizie di questa città, che fondata dai Marsi discendenti dei Pelasgi prima che nascesse l’Urbe, andò celebrata nella storia per avere a capo della Confederazione Ernica combattuto con i Romani, ora con prospera ora con avversa fortuna, finché vinta dal valore di quelli, cadde soggetta”. (Pietro Zappasodi)
Eugenio Cisterna Anagni affreschi
Con queste parole Pietro Zappasodi, medico di origini marchigiane, si presenta nella veste di storico della città di Anagni, dove fu medico condotto dal 1871 e dove prese residenza fino alla sua morte avvenuta il 17 settembre 1924. Il dottor Pietro Zappasodi rimase legato ad Anagni sia perché sposò l’anagnina Laura Apolloni, esponente della nobiltà locale, sia perché si innamorò della grande storia della città. Si dedicò appassionatamente allo studio e alla documentazione storica, e in questo era supportato dall’ambiente intellettuale che frequentava. Tra i suoi amici annoverava Guido Baccelli, più volte ministro della pubblica istruzione nei governi liberali post unitari, e l’archeologo Giovanni Battista de Rossi, lo scopritore delle Catacombe di San Callisto. Prima di arrivare per svolgere il suo servizio medico ad Anagni aveva già pubblicato alcuni saggi storici su diverse zone del Lazio. Ad Anagni, nel suo lavoro di ricerca e documentazione raccoglie una gran mole di documentazione e divisa di pubblicare un’opera biografica degli “anagnini illustri”, ma il progetto si modifica in corso d’opera e darà luogo a una storia della città: “Anagni attraverso i secoli” in due volumi per oltre mille pagine che ripercorrono la storia cittadina dalle prime testimonianze storiche fino alla fine del XIX secolo. L’opera viene stampata a Veroli dalla Tipografia Reali e, insieme all’analoga opera dell’Ambrosi De Magistris, costituisce ancora un riferimento fondamentale per la storia della città. (https://www.radiohernica.com/2021/09/17/larte-medica-e-la-storia-la-vita-di-pietro-zappasodi-da-mameli-alla-storia-di-anagni/)
Perché citare Pietro Zappasodi in un articolo che ha come argomento i rapporti con l’artista Eugenio Cisterna e Anagni? Perché Eugenio Cisterna lavorò in Anagni ed ha lasciato traccia della sua mano in diversi monumenti Anagnini. Nell’opera principe di Zappasodi: “Anagni attraverso i secoli” lo studioso cita Eugenio Cisterna per ben due volte nel secondo volume, quando a pagina 433 descrive la nuova cappella dell’ospedale cittadino, “edificata a tutte sue spese dal vescovo” Antonio Sardi (18 maggio 1894 – 8 luglio 1912 dimesso) come recita l’epigrafe murata sulla porta d’ingresso alla cappella. Il Vescovo pensò anche all’ornamento artistico della cappella “sul cui altare si venera la madonna dal titolo di Salus infirmorum, ai cui lati è da uno S. Vincenzo De Paolis, dall’altro S. Giuseppe, pregevole lavoro del Gagliardi, ai fianchi dell’altare il prof. Cisterna dipinse nel muro S. Camillo de Lellis e S. Giovanni di Dio, con parecchi ornati e decorazioni”.
In Anagni si conservano tracce di un frammento di affresco a motivi decorativi, attribuito ad Eugenio Cisterna, che lavorò nella città all’epoca in cui fu commissionato anche il suo maestro e cognato Virginio Monti ((1852-1942). Virginio Monti fu nominato da Papa Leone XIII “Pittore Ufficiale della Chiesa Romana“; con Eugenio Cisterna decorò numerose chiese a Roma, nel Lazio e specialmente in Anagni e Ferentino.
Le tracce di affresco mostrano un motivo decorativo composto da due fasce sovrapposte di elementi circolari e spirali. Dati i modesti resti di superficie dipinta, non è possibile ricondurre con sicurezza ad un’epoca il frammento. Sulla base di raffronti stilistici, sembrerebbe trattarsi dei resti di una pittura tarda, forse riconducibile all’opera del pittore Eugenio Cisterna, che sul finire del secolo XIX affrescò la sala delle deliberazioni comunali con quattro pannelli allegorici raffiguranti le quattro principali ere di Anagni: la preromana, la romana, la medioevale e la moderna (da cui il nome di sala dell quattro Ere). Gli affreschi furono distrutti durante i lavori di ripristino del 1970. Le tracce di dipinto in questione, non sono però riconducibili a nessuno in particolare dei quattro pannelli, di cui si conservano le foto presso la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Roma.
“Compiuto che fu l’ospedale (1899) venne immediatamente data opera al restauro del palazzo civico che si trovava in condizioni tali da far temere da un momento all’altro una catastrofe … L’aula massima e la sala delle deliberazioni vennero anch’esse rifatte … e con pessima idea venne l’aula tutta dipinta in bianco togliendo così la vista di parecchi stemmi degli antichi podestà, restandone solo due in marmo e sei in pittura … La sala delle deliberazioni consigliari venne tutta messa a nuovo … le pareti vennero dipinte dal bravo Eugenio Cisterna con figure allegoriche e decorate di aquile e leoni simboleggianti lo stemma civico”. (in Pietro Zappasodi, Anagni attraverso i secoli, cit. pp. 436-437)
La Sala delle Deliberazioni per la presenza delle decorazioni di Cisterna fu denominata Sala delle Quattro Ere, perché in essa erano rappresentate le allegorie delle quattro ere di maggior splendore della storia cittadina: l’era preromana, l’era romana, l’era medievale e l’era moderna. Le figure allegoriche inserite in una cornice di finti arazzi, simili a quelli realizzati da Virginio Monti nella Cappella degli Italiani in S. Gioacchino. Gli affreschi furono distrutti nel 1970 durante lavori di ristrutturazione dell’aula. Ci è pervenuta, tuttavia, la documentazione fotografica in bianco e nero, pubblicata nella preziosa opera di Mariella Nuzzo, Eugenio Cisterna, 1862-1933, Un artista eclettico tra tradizione e modernità, Gangemi 2011, p. 96.
L’era preromana si riferisce al momento in cui Anagni era abitata dalla popolazione protostorica degli Ernici. L’era è simboleggiata dall’allegoria di un uomo anziano e barbuto, che indossa un mantello bianco decorato sull’orlo da una greca con disegni geometrici; il mantello copre la veste bianca lunga fino ai piedi, della medesima stoffa leggera e con medesima decorazione geometrica sull’orlo. Sul capo ha verosimilmente un copricapo dal quale pende sulla fronte un pezzo di pelle nera: il samentum. L’uomo è un sacerdote seduto intento a leggere il testo probabilmente di un rito liturgico. Sul piedistallo si legge un’iscrizione in caratteri capitali: FLAMEN SUM(E) SAMENTUM.
Il testo fa riferimento a una espressione latina citata da Marco Cornelio Frontone (precettore dell’imperatore Marco Aurelio) in una lettera, on cui descrive una sua gita ad Anagni. Frontone racconta che, uscendo da una delle porte di Anagni, vide incisa l’iscrizione “Flamen sume samentum”: “Flamine, prendi (indossa) il samentum”. Frontone chiese agli abitanti del luogo e venne a sapere in lingua Ernica il samentum indicava la pellicola di una vittima sacrificale (pelle dell’ostia). Il flamine (sacerdote romano) doveva mettere il lembo di pelle sul proprio copricapo tipico (apex) prima di entrare in città per compiere i suoi riti. Frontone descrive Anagni come ricca di templi, delubri e libri cerimoniali, testimoniando la profonda sacralità arcaica di quel territorio.
Appoggiato al piedistallo di una colonna uno scrittore in candide vesti è seduto su una cattedra e regge un foglio sul quale è scritto: ANAGNIAM DEVERTIMUS MILLE FERE PASSUS A VIA. Il testo è tratto da una lettera di Marco Aurelio, indirizzata al suo maestro Marco Cornelio Frontone.
La citazione completa recita: “Sed priusquam ad villam venimus, Anagniam devertimus mille fere passus a via” (“Ma prima di giungere alla villa, deviammo verso Anagni per circa mille passi dalla strada”). In essa Marco Aurelio, parlando di un viaggio da Segni alla residenza imperiale di Villa Magna avvenuto intorno al 144-145 d.C., descrive la sua visita nella città di Anagni, un oppidum anticum (città antica), piccola ma ricca di edifici sacri e cerimonie religiose “oltre ogni misura”. Il personaggio dell’allegoria è dunque identificabile con l’imperatore Marco Aurelio.
L’Era medievale è personificata da una figura femminile in bianche vesti che siede maestosamente sulla cattedra episcopale della cattedrale di Anagni. Questa è la personificazione della chiesa e del potere papale simboleggiato dalla tiara e dalle chiavi. Anagni è definita universalmente come la Città dei Papi, per avere espresso nella storia della Chiesa ben quattro pontefici tra il XII e il XIII secolo: Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII.
L’Era moderna è personificata in una donna con gli attributi della scienza e della tecnica (la ruota dentata), della cultura (il libro), della feracità del luogo (frutti dell’agricoltura). Sullo sfondo a destra si riconosce l’edificio del Convitto Regina Margherita, istituto eretto per accogliere le ragazze orfane di genitori impiegati nella scuola; a sinistra il S. Pietro in Vineis dove doveva sorgere una scuola di Agraria.
L’attività di Eugenio Cisterna interessò anche la cattedrale di S. Maria Annunziata, dove l’artista affrescò la parete dell’abside centrale, completando il lavoro eseguito nel 1882 nel catino absidale e nella fascia sottostante dai pittori Pietro e Giovanni Gagliardi (Annunciazione ed Episodi della vita dei santi patroni).
Il lavoro di Cisterna riguarda motivi decorativi a finti tendaggi realizzato tra la fine e l’inizio inizio secc. XIX/ XX. L’intervento di Cisterna, ispirato al piviale di Bonifacio VIII, conservato nel museo della Cattedrale, mirò a creare un’armonia visiva con il resto della cattedrale. Cisterna utilizzò una tecnica più complessa e “storicista”. Realizzò un intonaco ricavato da impasti di calce più raffinati e sabbia setacciata per ottenere superfici lisce, tipiche del gusto accademico. Eseguì la pittura a mezzo fresco e tempera; spesso Cisterna non lavorava solo “a fresco”, ma rifiniva ampiamente i dettagli con la tempera per ottenere sfumature chiaroscurali e una brillantezza cromatica che l’affresco puro non permetteva. Altre tecniche usate erano lo stencil e lo spolvero; infatti per i motivi decorativi ripetitivi (bordure e cornici che imitano il marmo o i tessuti) Cisterna faceva largo uso di cartoni e mascherine, garantendo una precisione geometrica superiore a quella manuale dei medievali.
Nella cattedrale di Anagni Cisterna realizzò nella fascia bassa dell’abside centrale risulta un decoro che riproduce naturalisticamente un drappo di morbida stoffa pregiata, nella quale a fasce verticali e parallele sono riprodotti motivi zoomorfi (colombe, aquile, grifi), inseriti in cornici tonde decorate con motivi vegetali. Tra i tondi sono inseriti decorazioni floreali stilizzate espediente artistico per dare sensazione di continuità nel tessuto e per rifuggire dall’horror vacui, tipica saturazione spaziale dell’arte romanica, gotica o barocca, che porta a riempire la superficie di un’opera con particolari molto dettagliati. I motivi si alternano tra loro a fasce di tre per volta; ne nasce un perfetto ritmo decorativo che suscita sensazioni di ricchezza, sontuosità, bellezza e armonia.
Eugenio Cisterna Anagni affreschi