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Ottant'anni di pace perché l'Italia non ha bisogno del riarmo

Ottant’anni di pace: perché l’Italia non ha bisogno del riarmo

Un editoriale di Alfio Mirone sul valore degli ottant’anni di pace vissuti dall’Italia e sulla necessità di scegliere diplomazia, cultura e dialogo invece di una nuova corsa al riarmo. Un racconto civile che parte dall’identità italiana, dai borghi, dalla memoria e dalla responsabilità verso le future generazioni.

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Ottant’anni di pace: perché l’Italia non ha bisogno del riarmo

Ottant’anni di pace. Di mattine senza sirene, di figli che tornano a casa la sera, di confini che attraversi con una carta d’identità e un sorriso.

Ottant’anni in cui abbiamo imparato — faticosamente, a volte malamente, ma l’abbiamo imparato — che il pensiero degli altri non va disprezzato. Va ascoltato. Va accettato, anche quando non lo condividi. Perché questa è la pace. Non l’assenza di conflitto. L’accettazione che l’altro esiste, pensa, ha diritto di stare al mondo quanto te.

Ottant’anni che non si buttano via.

Eppure qualcuno, in questo momento, sta facendo di tutto per buttarli. Qualche idea politica resuscitata dal passato — arrogante, sorda al benessere del proprio popolo, convinta che la forza valga più del dialogo — sta bussando alla porta dell’Europa come se la storia non avesse insegnato niente.

E noi, invece di rispondere con la nostra vera forza, stiamo parlando di miliardi in armamenti.

 

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Ottant’anni di pace

A chi conviene la guerra?

Qualcuno, in questi mesi, mi ha chiesto cosa ne penso del riarmo. Ci ho messo un po’ a rispondere. Non perché non avessi idee — le avevo, eccome. Ma volevo capire se stavo ragionando o stavo solo reagendo.

Ho ragionato.

E adesso rispondo.

L’Italia non è una terra da saccheggiare per petrolio, litio o coltan. Il suo valore più grande non sta sottoterra: sta sopra, nelle città, nei porti, nelle chiese, nei paesaggi, nella posizione che occupa nel Mediterraneo, nella cultura che il mondo ci riconosce.

Allora cosa vorrebbe, uno che ci invadesse?

Il Colosseo. Assisi. Pompei. I borghi arroccati sui colli, quelli che resistono da mille anni e guardano la pianura dall’alto come se il tempo non fosse mai passato. I nostri paesaggi. Le nostre chiese. L’arte che abbiamo ereditato e che — diciamocelo chiaramente — non meritiamo nemmeno del tutto, tanta è la noncuranza con cui la trattiamo.

Quella roba lì, nessun esercito del mondo può conquistarla davvero. Puoi occupare un territorio. Non puoi occupare un’identità.

Allora di cosa stiamo parlando, quando parliamo di spendere miliardi in armamenti?

Parliamo di armi che tra dieci anni saranno già obsolete — perché la tecnologia corre più veloce dei bilanci della difesa, e quello che oggi è avanzato domani è ferraglia.

Parliamo di soldi che escono dalle tasche di persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, per andare a riempire le tasche di industrie belliche che la guerra — quella vera, quella altrui — la guardano dai grattacieli di Washington, Parigi, Londra.

A chi conviene armarsi? Non a noi. A chi vende le armi.

L’Italia, per storia e vocazione, non dovrebbe misurare la propria forza soltanto sulla quantità di mezzi militari. La sicurezza serve, certo. Ma un Paese come il nostro tradisce sé stesso quando dimentica che la sua prima difesa è la credibilità, la diplomazia, la cultura, la capacità di costruire relazioni.

Siamo un paese che ha fatto della convivenza un’arte. Abbiamo attraversato invasioni, dominazioni, frammentazioni politiche per secoli — e siamo ancora qui, con la nostra cucina, la nostra lingua, la nostra ostinata voglia di stare insieme a tavola.

Forse quella è la nostra vera forza. Non il numero di carri armati.

C’è una cosa, però, che non riesco a mandare giù.

Chi parla di riarmo, chi alza la voce sulla difesa nazionale, chi invoca sacrifici davanti alle telecamere, dovrebbe avere il coraggio di pronunciare la parola guerra guardando prima i propri figli. I propri nipoti. Le persone che ama.
Perché è troppo facile chiedere fermezza quando il prezzo lo pagano sempre le case degli altri. È troppo facile parlare di coraggio quando il sangue previsto nei calcoli strategici appartiene a famiglie lontane, a ragazzi senza nome, a madri che nessuno inviterà mai nei palazzi del potere.
Se il pericolo è così reale, se la guerra torna a essere considerata una possibilità concreta, allora la prima domanda dovrebbe essere semplice: chi mandiamo davvero a pagare il conto?
La pace nasce anche da questa domanda. Dal pudore di chi capisce che un figlio, quando è il proprio, vale più di qualsiasi discorso sulla forza. E allora dovrebbe valere così anche il figlio degli altri.

Io sono un uomo che racconta la Ciociaria. Racconto vigne e frantoi, borghi e cucine, sapori e storie di chi lavora la terra con le mani.

E vi dico che questo territorio — come tutta l’Italia — merita un’altra strada.

La diplomazia non è debolezza. È intelligenza applicata alla politica. Il dialogo non è resa. È l’unica cosa che ha davvero fermato le guerre, quando le armi avevano già fatto il loro orrore.

Spendere in cultura, in formazione, in relazioni internazionali costruite con pazienza e credibilità: costa meno, dura di più, e non diventa obsoleto dopo dieci anni.

Un’arma invecchia. Un’idea — quella giusta — no.

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
Articoli: 1919

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