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Il vino non è mai stato una cura, ma per secoli è stato caricato di significati medici e vitali. In questo articolo, il dottor Antonio Colasanti ripercorre episodi e convinzioni della storia della medicina per mostrare come il vino, più che guarire, abbia raccontato l’uomo, i suoi limiti e il suo desiderio di comprenderli.
Il vino non guarisce e non ha mai avuto il compito di farlo. Eppure, nel corso dei secoli, l’uomo gli ha attribuito significati che andavano ben oltre il piacere del bere.
In questa riflessione, il dottor Antonio Colasanti osserva come il vino abbia accompagnato la storia dell’uomo e della medicina, diventando talvolta oggetto di aspettative sproporzionate: energia vitale, forza, rimedio possibile in un’epoca in cui le risposte scientifiche erano ancora incerte. Non perché funzionasse davvero, ma perché rispondeva a un bisogno umano profondo.
Ripercorrendo alcuni episodi della storia medica, l’articolo mostra come, dietro tentativi oggi discutibili, si nascondesse sempre lo stesso desiderio: preservare il corpo, rallentare il tempo, dare un senso alla fragilità. Sullo sfondo, però, resta una verità semplice, che emerge con chiarezza solo alla fine del racconto: al di là delle teorie e degli errori, il vino è rimasto ciò che è sempre stato, una presenza quotidiana da comprendere prima di tutto come esperienza di piacere e di misura.
A.M.
Il vino non guarisce, ma racconta l’uomo
Il desiderio di ringiovanire accompagna l’uomo da sempre. Prima ancora che la medicina diventasse scienza, è stato mito, leggenda, ossessione. Nei racconti antichi, il corpo poteva essere rinnovato intervenendo sui suoi fluidi più profondi, quelli che si riteneva contenessero la forza vitale.
Dopo il Rinascimento, questa idea si fece più concreta e per certi versi più inquietante. Si diffuse la convinzione che nel sangue risiedessero gli spiriti vitali, responsabili della salute, dell’energia e della giovinezza. Medici e pazienti iniziarono così a inseguire soluzioni estreme, spesso prive di basi scientifiche, ma cariche di aspettative.
Lo scopo era raramente limpido. Ufficialmente si parlava di salute, ma tra le speranze più diffuse emergeva il desiderio di recuperare il vigore sessuale, più che quello di prevenire malattie. In questo clima nacquero esperimenti arditi, talvolta grotteschi, che portarono a tentativi di iniezioni endovenose delle sostanze più disparate.
Tra gli episodi più singolari del Seicento, alcuni medici arrivarono a sperimentare l’iniezione di vino negli animali, convinti che potesse aumentarne la forza e la resistenza. Il vino, simbolo di sangue, energia e vita, veniva così trasformato in presunto rimedio medico.
Sull’uomo, però, questi tentativi non produssero risultati. Al contrario, alimentarono paure e reazioni di rigetto. Le trasfusioni vennero vietate, anche con interventi ufficiali delle autorità religiose, e l’idea di somministrare vino per via endovenosa fu definitivamente abbandonata.
Tolta ogni illusione terapeutica, tolti i tentativi ingenui e le forzature della storia, resta ciò che il vino è sempre stato davvero.
Non una medicina, non una promessa di giovinezza, ma un piacere.
Un piacere semplice, culturale, quotidiano. Da bere con misura, senza attribuirgli virtù che non ha, ma senza rinunciare a ciò che sa dare: convivialità, racconto, tempo condiviso. Il vino non guarisce il corpo e non ferma l’età, ma accompagna l’uomo da millenni proprio per questo. Perché, al di là delle teorie e degli errori, è fatto per essere goduto così com’è.
Il vino non guarisce, ma racconta l’uomo