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Il mal d’Africa
Quando Fausto Russo mi ha presentato Antonio, non sapevo ancora di cosa avrei letto. Poi ho aperto il testo, ho guardato le immagini, e mi sono ritrovato con gli occhi lucidi.
Il Mal d’Africa non è un reportage. È una confessione. È il racconto di chi è tornato da un viaggio sapendo già che non riuscirà a stare lontano. Antonio ci porta a Bigene, nella Guinea Bissau, tra bambini che si contendono una mano, orfani che dormono tra le braccia di uno straniero, e una terra rossa che sporca le scarpe e l’anima.
Leggendolo, ho pensato che questa esperienza — la semplicità, la dignità, il saper condividere senza avere nulla — dovrebbe essere obbligatoria per chiunque voglia avere responsabilità verso gli altri. Ma prima di tutto, è un dono. E Antonio lo regala a tutti noi.
Alfio Mirone
Il mal d’Africa
C’è una frase che risuona spesso al ritorno da un viaggio in Africa. A volte è solo un modo di dire, un’espressione leggera che si lascia scivolare via. Ma per chi l’ha vissuto davvero, per chi ha camminato su quella terra rossa e incrociato quegli sguardi profondi, il mal d’Africa non è un concetto astratto: è una ferita dolce che non si rimargina, un richiamo irresistibile che ti accompagna ovunque.
Siamo a Bigene, nel nord della Guinea Bissau a pochi chilometri dal Senegal, un luogo che sembra sospeso nel tempo. Qui la povertà è ovunque, eppure non è mai sola: accanto ad essa camminano la dignità, il sorriso, la bellezza della condivisione. I villaggi si susseguono tra capanne di fango e paglia, la vegetazione si mescola alla polvere rossa che si attacca ai piedi, ai vestiti, all’anima.
In uno di questi villaggi, Sanquer Ba, i bambini ci aspettano come sempre. Appena scendiamo dall’auto, esplodono in urla di gioia, ci corrono incontro, ci stringono le mani, si aggrappano a noi con tutta la loro energia. Dopo aver distribuito qualche vestitino e qualche caramella, accendiamo la musica. E poi via, si balla. In cerchio, con loro, con le donne, con chiunque voglia unirsi alla festa. Perché in Africa, la vita si balla.
E poi, tra i passi di danza, sento un pianto. Mi giro e vedo un bambino, un minino, con ai piedi due ciabatte diverse, ma fiero di averle. Forse, senza volerlo, gli ho calpestato un piedino. Lo prendo in braccio, lo stringo forte, continuo a muovermi con lui fino a quando si calma. E poi, all’improvviso, si addormenta sulla mia spalla. Chiudo gli occhi anch’io. Per un attimo il mondo si ferma, resta solo il battito dei nostri cuori che si sincronizza con il ritmo della musica. Lui si chiama Bodo, ed è uno dei tanti bambini che mi porto nel cuore. Tornerò a trovarlo, gliel’ho promesso.
I bambini dei villaggi ti seguono ovunque, si contendono la tua mano, e se la trovano già occupata si accontentano di un dito. Per loro non è solo un gesto: è un legame, un modo di dirti che sei importante, che anche solo per un istante sei il loro mondo. E mentre cammini, senti piccole dita che ti sfiorano il braccio, delicate, curiose. Ti accarezzano stupiti, quasi increduli. Per loro sei qualcosa di nuovo, di diverso, eppure così vicino. I loro occhi, neri e profondi come la notte africana, ci leggono dentro. Ci vogliono bene e i loro sorrisi ci abbracciano l’anima.
Sanno che siamo lì per aiutarli. Ma non sanno che siamo noi a dover ringraziare loro. Perché ci insegnano la bellezza della semplicità, la forza della condivisione, il valore della gratitudine.
E poi ci sono gli orfani di Bambaran, a Bissau. Ogni volta li andiamo a trovare per portare un piccolo contributo. Ma ogni volta è il cuore a restare lì, tra le loro manine, tra i loro abbracci, tra i loro occhi che cercano affetto. In quel grande stanzone pieno di cullette e lettini, ci sono bambini con malformazioni, bambini soli, bambini che non hanno nulla, ma che sorridono lo stesso. E ti stringono, e ti cercano, e ti fanno capire quanto sia grande la loro voglia di essere amati.
Uno di loro si è addormentato tra le mie braccia. L’ho stretto forte, come per trasmettergli tutto il calore che avevo dentro. Quando si è svegliato, gli ho messo il mio cappello e i miei occhiali da sole: ha riso, si è sentito importante, si è sentito felice. E io con lui.
E quando vai via, piangi. Piangi sperando che la prossima volta non ci siano più, perché significherebbe che hanno trovato una casa, una famiglia, l’amore di cui hanno bisogno.
Poi torni a casa e alla tua vita che comincia a starti stretta. Ma l’Africa resta dentro. I tuoi pensieri sono ancora lì, tra quei sorrisi, tra quelle voci che ti chiamano, tra quella terra rossa che ti ha sporcato le scarpe e l’anima. Ti manca la libertà di vivere senza orologi, senza telefoni, senza sovrastrutture. Ti manca la leggerezza di ballare per strada con chiunque, senza paura di essere giudicato. Ti manca la tavola condivisa, le risate senza fine, e la bellezza che ti riempie di colori gli occhi.
Ti manca tutto. E fa male. Ma sai che tornerai. Perché ci sono ancora tanti progetti da realizzare, tante vite da sfiorare, tanti bambini da riabbracciare.