Newsletter Subscribe
Enter your email address below and subscribe to our newsletter
Enter your email address below and subscribe to our newsletter

Nuovo viaggio de Il vino sottovoce. Alessia Mirone ci accompagna in Gallura alla scoperta di Saraja, azienda che interpreta il Vermentino attraverso due etichette simbolo: Tarra Noa e Kintari. Un racconto di territorio, granito, mare e identità reso possibile dalla collaborazione con Cantine Mida e Daniele Attini.
Saraja Vermentino di Gallura
Saraja, in sardo, significa solco.
Il segno che l’aratro lascia nella terra, la traccia che resta dopo il passaggio, la memoria incisa nel suolo.
Quando ho scoperto il significato di questo nome, ho guardato diversamente anche i suoi vini. In quella parola c’è già una direzione: entrare in Sardegna senza sfiorarla appena, lasciarsi segnare dalla sua materia, dalla sua luce, dal suo carattere.
La Gallura, in questo, è una maestra severa. Granito, vento, macchia mediterranea, querce da sughero, pietre che sembrano sculture naturali. I vigneti di Saraja crescono tra Telti, Calangianus e Monti, protetti dal profilo del Monte Limbara, in un paesaggio dove la vite dialoga ogni giorno con suoli sabbiosi di origine granitica, quarzo, altitudini diverse e aria di mare.
Scopri il vino sottovoce della sommelier
Saraja Vermentino di Gallura
Il progetto nasce dall’incontro tra uomini arrivati da lontano e una Sardegna che li ha fermati. Mark Hartmann, Enrico e Marco Faccenda, Giulio Corti ed Emanuele Schembri hanno costruito Saraja partendo da una convinzione precisa: il vino deve restare fedele alla terra che lo genera. Una proprietà importante, vigneti in Gallura, Romangia e Sulcis, e il lavoro dell’enologo e agronomo Federico Curtaz danno forma a un percorso che guarda all’isola nella sua complessità.
In cantina il passo è misurato. Filtrazioni ridotte, chiarifiche solo quando servono, solforosa al minimo. Il vino viene accompagnato, lasciato maturare nel silenzio, protetto dalla luce e dagli sbalzi di temperatura. È un modo di lavorare che chiede pazienza e fiducia: la buona uva arriva dalla vigna, il compito della cantina è custodirla.
Grazie a Cantine Mida e a Daniele Attini, questo mese il viaggio de Il vino sottovoce entra proprio in questa Gallura essenziale, luminosa, attraversata dal vento. I vini scelti sono due Vermentino: Tarra Noa e Kintari. Due letture dello stesso territorio, con intensità e profondità diverse.
Tarra Noa significa “terra nuova”, e nel nome porta già l’idea di una scoperta. Nasce tra Telti e Calangianus, tra i 250 e i 300 metri di altitudine, da vigne di circa quindici anni allevate a Guyot semplice. I terreni sono franco-sabbiosi, di origine granitica, con presenza di quarzo e pietre minerali che danno al vino una traccia precisa, riconoscibile.
La raccolta manuale in cassette, la pressatura soffice a bassa temperatura e la fermentazione in acciaio permettono al Vermentino di mantenere intatta la sua parte più fragrante. I sei mesi sui lieviti aggiungono profondità al sorso, senza appesantirlo.
Nel calice il colore è giallo paglierino luminoso. Il profumo arriva con delicatezza: mirto, erbe selvatiche, macchia mediterranea, una nota marina che si apre lentamente. In bocca Tarra Noa è intenso, fresco, sapido. Ha quella sensazione di acqua di mare che non resta solo immagine poetica, ma diventa gusto: pulizia, ritmo, profondità.
È il Vermentino della Gallura più immediata e solare, perfetto con crudi di pesce, crostacei, spaghetti alla bottarga, fregola ai frutti di mare, formaggi freschi di pecora. Un vino che accompagna l’estate, certo, ma con una struttura sufficiente per restare interessante anche oltre la stagione.
Kintari nasce più in alto, tra i 400 e i 500 metri, sempre tra Telti e Calangianus. Le vigne hanno circa diciotto anni, le rese sono più basse rispetto a Tarra Noa: ottanta quintali per ettaro, circa un chilo e mezzo per pianta. È un dettaglio importante, perché racconta già una diversa concentrazione dell’uva e una diversa profondità del vino.
Anche qui la vinificazione resta misurata: raccolta manuale, pressatura soffice a bassa temperatura, fermentazione in acciaio tra i 16 e i 18 gradi, sei mesi sui lieviti e affinamento in bottiglia. Cambia però l’altitudine, cambia l’età delle vigne, cambia l’energia del sorso.
Nel bicchiere Kintari è giallo paglierino con riflessi verde chiaro. Il naso è erbaceo e fragrante, con richiami di agrumi, fiori chiari, frutta a polpa bianca, erbe della macchia. In bocca è più profondo, persistente, vellutato. La parte sapida si fa più minerale, più rocciosa, quasi granitica. Il sorso ha maggiore ampiezza e una chiusura lunga, elegante, precisa.
È un Vermentino che chiede una tavola più importante: crudità di mare, ricciola, dentice al forno, aragosta, crostacei, primi con bottarga, ma anche carni bianche delicate e pecorini giovani. Kintari racconta la Gallura con più calma, più struttura, più profondità.
Tarra Noa e Kintari raccontano due modi diversi della Gallura. Il primo ha una freschezza più aperta, solare, mediterranea. Il secondo entra più in profondità, con maggiore tensione minerale e una persistenza più lenta.
Entrambi nascono dal granito, dal vento, dalla macchia, da quella Sardegna che Saraja ha scelto di incidere nel proprio nome. Un solco, appunto. Una traccia nella terra e nel bicchiere.
Questo, per me, è il valore del racconto che ogni mese Cantine Mida e Daniele Attini portano dentro la nostra rubrica: incontrare aziende che non si limitano a produrre vino, ma lasciano al lettore un luogo preciso da ricordare.