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San Marzano, il Primitivo che ha imparato a raccontarsi

San Marzano, il Primitivo che ha imparato a raccontarsi

Ogni mese la rubrica Il vino sottovoce, firmata da Alessia Mirone, ci conduce alla scoperta di aziende che hanno lasciato un segno nel panorama enologico italiano. Grazie alla collaborazione con Cantine Mida e Daniele Attini, questo mese il viaggio approda in Puglia, dove Cantine San Marzano racconta il Primitivo di Manduria attraverso vini iconici come Sessantanni e il raffinato rosato Tramari.

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San Marzano Primitivo di Manduria

San Marzano, il Primitivo che ha imparato a raccontarsi

La tavola di maggio ha una luce diversa. Più lunga, più aperta, più leggera. È il tempo in cui il vino torna a dialogare con il paesaggio, con il mare, con piatti che cercano freschezza senza perdere identità. In questo equilibrio, Cantine Mida ci accompagna in Puglia, nel cuore del Primitivo di Manduria, per scoprire una realtà che ha trasformato la propria storia in visione.

San Marzano Primitivo di Manduria

Quando arrivo a San Marzano di San Giuseppe, la terra si fa sentire prima ancora di essere raccontata. È una striscia sospesa tra due mari, dove il vento porta sale, calore e memoria agricola. La luce del Salento entra nelle vigne con una forza netta, quasi fisica, e il Primitivo trova qui una delle sue espressioni più riconoscibili.

Cantine San Marzano nasce nel 1962 dall’iniziativa di diciannove vignaioli. In un paese piccolo, nel centro della DOP Primitivo di Manduria, quelle famiglie scelgono di unire lavoro, uve, esperienza e futuro. La denominazione sarebbe arrivata dopo; il riconoscimento internazionale ancora più tardi. All’inizio c’erano le mani dei soci, la fiducia nella terra e il desiderio di dare una forma più solida al vino del proprio paese.

Negli anni Ottanta, con la presidenza di Francesco Cavallo, la cantina trova una guida capace di immaginare il domani senza perdere il passo del presente. Il 1996 segna un momento decisivo: l’arrivo dell’impianto di imbottigliamento permette a San Marzano di uscire dalla logica dello sfuso e di parlare direttamente al consumatore. Da quel passaggio nasce una nuova stagione, più consapevole, più riconoscibile.

Poi arriva Sessantanni Primitivo di Manduria DOP, l’etichetta che più di altre ha cambiato la percezione dei vini pugliesi nel mondo. Le uve provengono da vecchie vigne e portano nel calice il rapporto profondo tra questo popolo e il Primitivo. È un vino ampio, avvolgente, intenso, costruito sulla maturità del frutto, sulle spezie, sulla morbidezza e su una struttura che resta impressa.

Alla base di questo vino c’è il lavoro sull’alberello pugliese, una presenza silenziosa ma fondamentale in questo territorio. Sono piante basse, modellate dal tempo e dal clima, abituate a convivere con il vento e con la scarsità d’acqua. Da qui nascono uve concentrate, capaci di restituire nel bicchiere profondità e continuità, senza perdere equilibrio.

Guardando questa storia, si capisce come San Marzano sia cresciuta senza recidere il filo con il luogo da cui è partita. Il Primitivo resta il centro del racconto, ma la cantina oggi mostra più registri, più sfumature, più modi di interpretare una terra generosa e complessa.

È da qui che nasce il mio sguardo sui vini.

Tramari, il rosato che guarda il mare

Tra le etichette di San Marzano, Tramari Rosé di Primitivo Salento IGP merita un’attenzione particolare.

Il nome porta già dentro una geografia: tra i mari.
E nel calice questa immagine arriva con naturalezza.

Il colore è rosa tenue, luminoso, elegante. Al naso emergono ciliegia e lampone, con una parte floreale delicata che rende il profilo immediato ma mai semplice. In bocca il sorso è fresco, lieve, molto pulito. La nota salina accompagna la chiusura e riporta alla costa salentina, alla sabbia, al vento, a quella luminosità che resta anche dopo l’assaggio.

È un rosato di Primitivo che sceglie la misura. Ha il pregio della bevibilità, ma conserva personalità. Lo immagino con crudi di pesce, tartare, insalate di mare, verdure grigliate, ma anche con una pasta fredda mediterranea o con piatti pasquali più leggeri, dove serve un vino capace di rinfrescare il palato e accompagnare senza coprire.

A renderlo ancora più riconoscibile c’è il progetto TramArt, dove arte e vino si incontrano attraverso etichette d’autore. La bottiglia diventa così anche superficie di racconto, un segno contemporaneo che dialoga con un vino nato dal sole e dalla costa.

I vini che hanno costruito un’identità

Accanto a Tramari, San Marzano conserva etichette che raccontano la parte più profonda della sua storia.

Sessantanni Primitivo di Manduria DOP resta il simbolo più forte. È il vino delle vecchie vigne, della materia piena, della maturità del frutto. Nel bicchiere porta note di prugna, confettura scura, spezie dolci, cacao, con una bocca morbida e intensa. A tavola chiede piatti importanti: carni al forno, brasati, agnello, formaggi stagionati.

Il percorso della cantina, però, non si esaurisce nel rosso iconico. San Marzano ha lavorato negli anni su vini capaci di parlare a pubblici diversi, mantenendo il legame con la Puglia e con una viticoltura solare, mediterranea, riconoscibile. Dai rossi più strutturati alle espressioni più fresche, il filo resta quello di una cantina che ha saputo portare il proprio territorio fuori dai confini locali. 

Questo viaggio in Puglia nasce grazie alla collaborazione con Cantine Mida e Daniele Attini, che ogni mese permettono alla rubrica Il vino sottovoce di incontrare aziende capaci di raccontare il vino attraverso luoghi, persone e scelte produttive.

San Marzano porta nel bicchiere una storia cominciata nel 1962, cresciuta con i suoi soci e diventata oggi una delle voci più riconoscibili del Primitivo di Manduria.

E con Tramari, quella voce trova una sfumatura più lieve, marina, contemporanea.

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
Articoli: 1919

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