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Un editoriale scritto dal Parco Matusa, tra un caffè, il verde vissuto e il progetto BRT. Una riflessione su Frosinone, sulla necessità di ripartire dagli spazi pubblici, da via Aldo Moro, dai commercianti, dai parcheggi e da una visione urbana più umana, concreta e respirabile.
Parco Matusa Frosinone
Davanti ho un caffè, il portatile aperto, qualche appunto sparso sul tavolino e quella confusione buona che una città dovrebbe difendere come un patrimonio: bambini che corrono, palloni che rotolano, cani al guinzaglio, anziani sulle panchine, adulti che si fermano a parlare, ragazzi che passano senza fretta.
Una scena semplice. Proprio per questo, a Frosinone, quasi rivoluzionaria.
Il verde fa questo quando viene vissuto davvero: abbassa il rumore, restituisce fiato, rimette insieme persone che spesso si incrociano solo nel traffico, davanti a un semaforo, dentro un parcheggio o in fila da qualche parte.
Sono cresciuto in una città di provincia diversa da questa. Ogni quartiere aveva il suo spazio, il suo parco, il suo respiro. Da bambini si usciva con il pallone, con la bicicletta, con gli amici. I nonni stavano sulle panchine, le famiglie passeggiavano, il centro storico era già pedonale. Parcheggiare era complicato, certo. Qualcuno borbottava anche lì, perché il borbottio resta patrimonio nazionale. Poi si camminava, si respirava, si viveva il centro come un luogo, non come una scorciatoia per arrivare altrove.
Parco Matusa Frosinone
Il verde è stato trattato spesso come uno spazio in attesa di qualcos’altro. Un prato oggi, un progetto domani. Un albero oggi, una colata di cemento appena possibile. Pezzi di città sacrificati con una leggerezza che fa male, come se togliere aria, ombra e bellezza fosse un dettaglio amministrativo.
Poi ci stupiamo se le persone escono poco, se i bambini restano chiusi, se gli anziani hanno pochi luoghi dove sedersi, se i ragazzi cercano altrove quello che qui faticano a trovare.
Il Parco Matusa, invece, racconta una possibilità diversa.
Il parco c’era anche prima. Gli alberi stavano lì, il prato pure, lo spazio era quello. Però un luogo può esistere sulla mappa e restare fuori dalle abitudini delle persone. Può avere una forma e mancare di vita.
Non serve farne un monumento, e loro probabilmente sarebbero i primi a imbarazzarsi. Però bisogna dirlo: la cura cambia i luoghi. Un caffè fatto bene, un tavolino sistemato, una parola giusta, una presenza costante, un modo accogliente di stare dentro uno spazio pubblico. Sono cose piccole solo per chi non capisce come funzionano davvero le città.
Fabrizio ha acceso il Parco Matusa. Lo ha fatto ogni giorno, restando lì. E la gente è arrivata. Prima qualcuno, poi altri, poi famiglie, bambini, cani, anziani, ragazzi, lavoratori con il computer. Io stesso vengo spesso qui a scrivere, a portare avanti il giornale, a mettere ordine tra articoli, idee, sogni e scadenze.
Il bello è proprio questo: mentre lavoro, davanti a me c’è una città che per qualche ora sembra funzionare.
Un bambino corre dietro a un pallone. Un cane tira il guinzaglio. Un signore legge il giornale. Qualcuno prende un caffè. Qualcun altro parla di politica, naturalmente con la certezza assoluta di avere ragione. E intanto il parco respira.
Frosinone dovrebbe partire da qui. Da questa immagine concreta, non da un rendering. Da un prato pieno di voci, non da una promessa in conferenza stampa. Da luoghi dove le persone stanno bene senza dover entrare per forza in macchina, senza difendere ogni metro quadrato come fosse una trincea.
Il verde è salute, socialità, educazione, bellezza quotidiana. È il posto dove un bambino impara a correre senza paura. Dove un anziano resta dentro la vita della città. Dove una famiglia passa un’ora senza spendere una fortuna. Dove perfino uno come me, che vive spesso su una nuvoletta personale, riesce a scrivere con i piedi un po’ più vicini alla terra.
Parco Matusa Frosinone
Perché io, sui sogni, non posso fare il moralista. Sarebbe ridicolo. Vivo perennemente sulla mia nuvoletta. Ci sto comodo, tra l’altro. Da lì immagino progetti, giornali, libri, viaggi, rubriche, collane editoriali, territori che diventano racconto, paesi che si accorgono finalmente del proprio valore.
Quindi, quando vedo un sindaco che sogna, un po’ lo capisco.
Riccardo Mastrangeli crede nel BRT. Si vede. Lo racconta, lo difende, ci mette la faccia. Da sognatore a sognatore, glielo auguro davvero: spero che questo benedetto Bus Rapid Transit, ribattezzato “Essegliè” dai ragazzi delle scuole, possa aiutare Frosinone a muoversi meglio, a soffocare meno nel traffico, a collegare zone che oggi sembrano vivere ognuna per conto proprio.
Il sogno, in partenza, ha una sua dignità.
Il punto è un altro: una città si pensa intera. Trasporto pubblico, verde, parcheggi, centro, commercianti, bambini, anziani, marciapiedi, panchine, alberi, scuole, persone che ogni mattina devono attraversarla senza perdere la pazienza prima delle nove.
Un bus elettrico può essere utile. Da solo, però, non salva una città. Se intorno restano cemento, traffico, pochi parchi e strade pensate più per le auto che per le persone, il BRT rischia di sembrare una bella idea infilata dentro una città che ancora deve decidere cosa vuole diventare.
E allora, caro Sindaco, sogni pure. La capisco. Io sogno ogni giorno e spesso anche oltre l’orario consentito dal buon senso.
Però i sogni pubblici hanno una responsabilità in più: devono migliorare la vita di tutti, anche di quelli che quel sogno non lo hanno sognato. Devono reggere alla prova della strada, del commerciante arrabbiato, del cittadino bloccato nel traffico, della mamma con il passeggino, dell’anziano che deve attraversare, del ragazzo che vorrebbe prendere un mezzo e arrivare puntuale.
E poi, Sindaco, da sognatore a sognatore, una cosa gliela devo dire con il sorriso, ma anche con grande serietà.
Noi sognatori siamo pericolosi. Partiamo da un’idea, ci innamoriamo di una visione, la difendiamo anche quando gli altri ci guardano come se stessimo parlando da soli in mezzo alla strada. Io la capisco benissimo. Vivo così.
C’è però una differenza enorme tra un sogno personale e un sogno amministrativo.
Il sogno personale lo paghi con le tue tasche, con le tue notti insonni, con i tuoi errori, con il tuo conto che a fine mese ti guarda e ti dice: “Alfio, forse stavolta hai esagerato”.
E quando un sogno passa dalle tasche di tutti, va trattato come si tratterebbe casa propria. Anzi, meglio. Perché casa propria, se sbagli, la sistemi tu. La città, se sbagli, la pagano anche quelli che quel sogno non lo avevano chiesto.
Faccia finta che Frosinone sia casa sua, Sindaco. Se fosse il suo salotto, butterebbe via soldi per rifare mille volte la stessa parete? Se fosse il suo giardino, toglierebbe l’ultima ombra buona per poi chiedersi perché nessuno ci si ferma più? Se fosse il corridoio dove passano i suoi figli, lo riempirebbe di ostacoli senza prima pensare a come farli camminare meglio?
Io credo di no.
Sognare sì, sempre. Con la cura di chi sa che ogni euro pubblico pesa, ogni scelta resta, ogni errore si vede, ogni occasione sprecata diventa una ferita nella città.
Il BRT può essere un sogno giusto. Me lo auguro davvero. Deve stare dentro un pensiero più grande, più ordinato, più umano. Quando si amministra una città, il sogno ha bisogno di misura, ascolto, visione completa e di quel buon senso antico che nelle case normali si usa ogni giorno, prima ancora di aprire il portafoglio.
Per me la direzione è semplice: più verde, più luoghi pubblici, più isole pedonali, più coraggio urbano.
Lo dico in modo diretto, sapendo che forse qualcuno si arrabbierà. A una certa età, e con un giornale da portare avanti, qualche malumore bisogna pure metterlo in preventivo.
Una parte importante di ciò che via Aldo Moro non è mai diventata appartiene anche al commercio cittadino. Per anni molti commercianti hanno guardato l’isola pedonale come una minaccia: la fine del passaggio, dei clienti, delle vendite. Ogni volta che si parlava di togliere le auto, sembrava che il commercio dovesse crollare nel giro di un pomeriggio.
Una strada finalmente bella, larga, camminabile. Alberi, tavolini, vetrine guardate con calma, locali più vivi, famiglie a passeggio, eventi, luce, persone. Una vera isola pedonale, tutti i giorni, non soltanto quando serve fare una foto o organizzare qualcosa.
Il parcheggio davanti al negozio è diventato per anni una specie di religione laica. Guai a toccarlo. Guai a dire che in tante città si parcheggia un po’ più lontano, si arriva a piedi e magari si compra anche meglio, perché quando una strada è bella la gente ci resta.
Ora via Aldo Moro rischia di diventare vedova dei suoi parcheggi senza aver avuto prima il coraggio di diventare davvero centro. È questo il paradosso. Si perde ciò che si è difeso per anni e si arriva tardi a immaginare quello che poteva nascere prima: una strada più viva, più umana, più europea.
Il BRT, se deve passare, dovrebbe entrare dentro questa visione. Non come un corpo estraneo, non come una corsia che divide ancora di più, ma come parte di una città più pedonale, più ordinata, più verde. Un mezzo pubblico che aiuta a vivere meglio il centro, non a litigarci sopra.
La vera occasione sarebbe stata questa: trasformare via Aldo Moro in isola pedonale vera, coraggiosa, definitiva. Poi costruire attorno a quella scelta il trasporto pubblico, i servizi, i percorsi, le soste, il verde.
Il Parco Matusa ce lo sta dicendo senza parlare: quando un luogo è accogliente, la gente arriva. Quando c’è cura, le persone tornano. Quando il verde è vivo, la città si addolcisce.
Frosinone ha bisogno di nuovi parchi, di spazi curati, di zone pedonali vere, di alberi che non siano comparse nelle promesse elettorali. Ha bisogno di bambini che possano correre, di anziani che possano sedersi, di famiglie che possano uscire senza organizzare una spedizione, di lavoratori che possano fermarsi mezz’ora al verde con un caffè davanti.
Poi venga pure il BRT. Vengano i bus elettrici, le corsie dedicate, i nomi scelti dagli studenti, i progetti moderni, le visioni di mobilità.
Dentro un disegno, però. Dentro una città che finalmente decide di respirare.
Altrimenti rischiamo di fare sempre la stessa cosa: inseguire il futuro mentre perdiamo i pochi pezzi di presente che ci fanno stare bene.
Sotto un ombrellone, con il computer aperto, un caffè davanti, i bambini che giocano, i cani che passano, Fabrizio che tiene vivo il suo chiosco e il Parco Matusa che, almeno per qualche ora, sembra la Frosinone che vorrei.
Sindaco, guardi pure avanti. Una città ha bisogno anche di visione.
Però prima del tetto servono le fondamenta: marciapiedi sicuri, verde vissuto, parcheggi pensati con intelligenza, commercio accompagnato, isole pedonali vere, spazi pubblici capaci di far restare le persone.
Qui sotto, tra un pallone, una panchina e un caffè, si capisce molto meglio da dove dovrebbe ripartire Frosinone. Le consiglierei di passare qualche ora qui, al Parco Matusa: vedrà che anche i sogni sapranno diventare più veri.
Parco Matusa Frosinone