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1701: La biodinamica che nasce in Franciacorta

La biodinamica che nasce in Franciacorta: 1701

Nella rubrica Il vino sottovoce, Alessia Mirone racconta 1701, il primo Franciacorta biodinamico. Un viaggio tra territorio, natura e vini autentici reso possibile grazie alla collaborazione con Cantine Mida e Daniele Attini.

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Franciacorta biodinamico 1701

La biodinamica che nasce in Franciacorta: 1701

La tavola di Pasqua ha un momento preciso in cui tutto si ferma: il brindisi. È l’istante in cui la tradizione incontra il presente, in cui il piatto racconta la memoria e il vino la accompagna con rispetto. Per questa ricorrenza, Cantine Mida ci conduce in Franciacorta, tra vigne che parlano di natura e scelte consapevoli. 1701 è il primo Franciacorta biodinamico: una realtà che unisce storia, identità e precisione, capace di dialogare con le pietanze pasquali senza sovrastarle, ma elevandole.

 

Franciacorta biodinamico 1701

Quando arrivo a Cazzago San Martino, l’aria cambia. Non è solo una questione di paesaggio, ma di ritmo. Le colline moreniche della Franciacorta hanno una luce che sembra filtrare diversamente, come se il Lago d’Iseo respirasse insieme alle vigne. È in questo equilibrio sottile che nasce 1701.

La Franciacorta è un territorio che ha imparato a dialogare con il tempo. Qui ogni scelta pesa, ogni attesa conta. Incontrando 1701 comprendo che non si tratta soltanto di un progetto enologico, ma di una scelta consapevole che riguarda il modo di stare nella terra prima ancora che nel vino.

Nel 2011 Silvia e Federico Stefini decidono di acquistare un’azienda agricola con una storia importante alle spalle. Non lo fanno per inserirsi in un mercato già affermato, ma per restituire senso a un luogo. Il nome scelto – 1701 – non è un’operazione di marketing: è memoria, è la prima annata prodotta nel “Brolo”, il vigneto domestico cinto da mura dell’XI secolo, nello scenario suggestivo di Palazzo Bettoni.

Parlando con loro si percepisce una passione lucida, mai esibita. Non c’è l’urgenza di convincere, ma la serenità di chi ha scelto un percorso preciso. La biodinamica, qui, non è una bandiera da sventolare. È un modo di stare al mondo: osservare la pianta prima di intervenire, custodire la fertilità del suolo come eredità da proteggere, eliminare fertilizzanti sintetici e pesticidi chimici non per moda, ma per coerenza.

Nel 2015 arriva la certificazione biologica, nel 2016 quella biodinamica Demeter – la prima in Franciacorta. Ma più delle certificazioni conta l’equilibrio che si avverte nei vigneti. Undici ettari lavorati con attenzione, tra Chardonnay e Pinot Nero, su suoli morenici sabbiosi e ricchi di limo, modellati dai ghiacciai e oggi mitigati dal lago d’Iseo. Un anfiteatro naturale dove ogni parcella trova la propria voce.

Silvia e Federico non parlano di controllo, ma di ascolto.
La resa non è un numero, è equilibrio.
E soprattutto bevono il vino che producono, con la tranquillità di chi sa cosa sta versando nel calice.

Ed è nel calice che tutto si compie.

Franciacorta biodinamico 1701

I vini, ascoltati da vicino

Guardando la linea completa si percepisce un filo conduttore: precisione, verticalità, tensione. Mai eccesso. Mai sovrastruttura.

Il Rosé che racconta l’equilibrio

Se dovessi scegliere un vino capace di riassumere il pensiero di 1701, mi soffermerei sul Rosé della linea Raccolte.

Nasce esclusivamente dal Pinot Nero del vigneto “Collina”, una parcella esposta in modo ideale, dove l’uva raggiunge una concentrazione di antociani perfetta per una macerazione misurata, mai eccessiva.

Nel calice il colore è delicato, luminoso, coerente con l’eleganza che promette.
Al naso emergono piccoli frutti rossi, una nota floreale sottile, un accenno speziato appena percettibile. Nulla è sopra le righe.

In bocca il sorso è preciso. La freschezza guida l’assaggio, la struttura sostiene senza appesantire, la trama è fine, quasi carezzevole. La chiusura è lunga, salina, perfettamente integrata.

È un Rosé che non cerca l’effetto scenico, ma l’armonia.
E forse è proprio qui che si comprende il senso più profondo della scelta biodinamica: lasciare che il territorio si esprima senza forzature.

Supernat

Nel calice è immediato, luminoso.
La bolla è fine, continua, con un perlage che disegna una trama elegante. Al naso emergono note agrumate sottili, mela verde, un accenno floreale delicato. In bocca l’attacco è franco, sostenuto da un’acidità viva che slancia il sorso e lo rende dinamico. La chiusura è pulita, con un ritorno minerale che invita al secondo assaggio.

È un Franciacorta che funziona su crudità, su preparazioni leggere, ma soprattutto come apertura di un percorso.

Sull’Erba

Qui la materia si fa più profonda.
Il profilo aromatico si allarga verso sensazioni vegetali nobili, erbe fini, un tocco di crosta di pane appena accennato. Il sorso è più strutturato, con una cremosità naturale sostenuta da una freschezza che non perde mai slancio. La mineralità si fa più evidente, quasi salmastra.

Lo vedo accanto a un risotto delicato, a un pesce di lago, a una cucina che cerca precisione più che opulenza.

Brut Nature

È il vino della trasparenza.
Senza dosaggio, ogni elemento è esposto con sincerità. Il naso è teso, con richiami agrumati e una componente gessosa che richiama l’origine morenica del suolo. In bocca l’ingresso è verticale, affilato, con una spinta acida che attraversa il palato e lascia una scia sapida persistente.

Non perdona, ma ripaga. È un vino che richiede attenzione e la restituisce in complessità.

Raso

Dal vigneto “Sabbioni” nasce un Satèn di grande equilibrio.
La spuma è cremosa, avvolgente, ma la struttura è sempre sostenuta da un’acidità misurata. Il profilo aromatico si muove tra fiori bianchi, agrumi maturi e una leggera nota di lievito fine. In bocca la morbidezza è calibrata, mai eccessiva. La chiusura è lunga, con una sapidità elegante che riporta al territorio.

È il Franciacorta della finezza tecnica.

Dosaggio Zero

Qui la verticalità diventa dichiarazione.
Il sorso è diretto, asciutto, incisivo. Il perlage sostiene una struttura netta, con una componente minerale evidente e una persistenza che si allunga in una scia sapida e agrumata. È un vino che esprime rigore, ma senza rigidità.

Il Brolo – Bianco dei Neri

Il pensiero torna inevitabilmente al “Brolo”, il vigneto racchiuso tra mura antiche. Il microclima più fresco, il leggero ritardo di maturazione, la maggiore acidità: tutto si traduce in eleganza.

Nel calice il Pinot Nero si fa finezza.
Il naso è complesso, tra frutto rosso delicato e note evolutive sottili. In bocca è armonico, preciso, con una tensione che accompagna fino alla chiusura, lunga e composta.

È il vino che meglio racconta la continuità tra storia e presente.

 

Questo racconto è stato possibile grazie alla collaborazione con Cantine Mida e Daniele Attini, che continuano a offrire alla nostra Ciociaria l’opportunità di conoscere realtà capaci di interpretare il vino come identità.

 

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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