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Un editoriale personale e civile sulla flottiglia diretta a Gaza, sul coraggio dei volontari e sulla necessità di difendere chi porta aiuti umanitari a un popolo stremato.
Giù le mani dalla flottiglia
Qualcuno forse mi criticherà, perché il mio lavoro si muove nel mondo dell’enogastronomia, del territorio e della bellezza. Ma davanti a questo orrore non riesco più a restare in silenzio. Prima del cibo, prima del racconto, prima di ogni cosa, viene la vita.
Giù le mani dalla flottiglia
Una barca carica di aiuti umanitari oggi fa più paura di un esercito.
Questa è l’immagine che resta. Questa è la misura morale del tempo che stiamo vivendo.
La flottiglia diretta verso Gaza ha riportato davanti agli occhi del mondo ciò che molti governi fingono di non vedere, ciò che troppi commentatori provano ancora a confondere, ciò che una parte della stampa continua a raccontare con parole consumate: a Gaza non siamo davanti a una guerra tra due eserciti. Siamo davanti alla distruzione quotidiana di un popolo chiuso, affamato, assetato, ferito, privato della possibilità di ricevere aiuto.
Per questo bisogna dirlo con chiarezza: giù le mani dalla flottiglia.
Giù le mani da chi ha scelto di salire su quelle barche sapendo di rischiare in prima persona. Giù le mani da quei volontari, medici, attivisti, cittadini, persone comuni e coraggiose che non hanno portato armi, ma cibo, medicine, presenza, testimonianza. In un tempo in cui la diplomazia arretra e la politica misura le parole con il bilancino della convenienza, loro hanno fatto una cosa semplice e immensa: hanno provato ad arrivare dove gli aiuti non arrivano più.
Il video di Itamar Ben-Gvir, con gli attivisti trattenuti e umiliati, ha mostrato qualcosa che non riguarda soltanto quei volontari. Ha mostrato un’idea di potere. Ha mostrato cosa accade quando la forza smette di difendere e comincia a esibire dominio. Ha mostrato il volto arrogante di chi pensa di poter trasformare l’umiliazione in propaganda.
Contro un esercito regolare? Contro uno Stato armato allo stesso modo? Contro un popolo che può difendersi, curarsi, nutrirsi, scappare, ricostruire?
No. Gaza è un territorio schiacciato. È un luogo dove la fame diventa strumento di pressione, dove la sete diventa condanna, dove i medici lavorano allo stremo, dove gli aiuti umanitari vengono ostacolati, controllati, rallentati, respinti. È una terra occupata e ferita, dove ogni giorno la parola “sopravvivenza” prende il posto della parola “vita”.
La guerra, per come la conosciamo, è altro. La guerra è quella tra Russia e Ucraina, dove due eserciti, due Stati, due popoli armati si combattono su un fronte. Qui il fronte è dentro le case distrutte, negli ospedali senza mezzi, nelle file per il pane, nei bambini che non hanno scelto nulla e pagano tutto.
Chiamarla semplicemente “guerra” serve a coprire la sproporzione. Serve a rendere accettabile l’inaccettabile. Serve a mettere sullo stesso piano chi assedia e chi viene assediato, chi controlla gli accessi e chi aspetta un pacco di farina, chi decide se far passare un camion e chi spera che quel camion arrivi prima della notte.
Ha costretto il mondo a guardare di nuovo. Ha rimesso Gaza nelle prime pagine, nelle discussioni, nelle coscienze. Ha ricordato che il diritto umanitario non è un favore concesso dal più forte, ma un limite imposto alla forza. Ha detto, con la fragilità di una barca in mare, che nessun blocco può cancellare il dovere di soccorrere chi muore.
Dà fastidio perché smaschera la retorica. Dà fastidio perché non parla il linguaggio delle cancellerie, ma quello della responsabilità. Dà fastidio perché obbliga tutti a scegliere da che parte stare: dalla parte di chi porta aiuti o dalla parte di chi li ferma.
In Italia ascoltiamo ancora giornalisti, opinionisti, politici pronti a giustificare tutto. Alcuni sembrano avere cambiato posizione con una velocità che meriterebbe almeno una domanda in più. Fino a pochi anni fa usavano parole durissime contro le politiche israeliane; oggi ripetono formule fredde, parlano di sicurezza, di necessità, di guerra, come se la fame di un bambino potesse essere archiviata sotto la voce “contesto”.
Non torna questa indulgenza improvvisa. Non torna questo pudore selettivo. Non torna il silenzio di chi si commuove per ogni tragedia del mondo, ma davanti alla Palestina abbassa il tono, sposta il discorso, chiede equilibrio mentre sotto le macerie non c’è più nulla da equilibrare.
Il mondo, una parte sempre più grande del mondo, ha capito. Ha capito che stare con la Palestina oggi non significa odiare Israele, né negare il dolore degli israeliani, né cancellare il 7 ottobre. Significa riconoscere che nessun crimine può autorizzare la punizione collettiva di un popolo. Significa dire che la memoria delle vittime non può diventare licenza di devastazione. Significa tenere insieme giustizia e umanità, senza consegnarle alla propaganda.
La flottiglia ha fatto questo: ha riportato l’umanità dentro una discussione avvelenata.
Va difesa dagli insulti, dalle semplificazioni, dalle accuse vigliacche. Va difesa da chi prova a dipingere come provocatori uomini e donne che hanno scelto di portare aiuti. Va difesa da chi vuole trasformare un gesto civile in un problema di ordine pubblico. Va difesa da chi chiama “terrorismo” ogni voce che chiede pane, acqua, medicine, corridoi umanitari.
Giudicherà i bombardamenti, l’assedio, la fame. Giudicherà i governi che hanno saputo indignarsi troppo tardi. Giudicherà i giornalisti che hanno scelto la prudenza quando serviva verità. Giudicherà chi ha guardato il video di Ben-Gvir e ha trovato ancora il modo di giustificare, attenuare, spiegare.
Davanti a una barca fermata in mare, davanti a volontari umiliati, davanti a un popolo che chiede di vivere, la neutralità diventa una posizione comoda solo per chi non paga il prezzo della violenza.
La flottiglia non ha risolto Gaza. Non poteva farlo.
Ha fatto qualcosa che in questo momento vale moltissimo: ha impedito al mondo di voltarsi dall’altra parte.
E allora sì, senza esitazioni: giù le mani dalla flottiglia.
Giù le mani da chi porta aiuti.
Giù le mani da chi testimonia.
Giù le mani da chi rischia per ricordarci che la coscienza, quando tutto crolla, deve ancora saper prendere il mare.