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Alluvione a Kerrville, Texas: Paola Pisano racconta dolore e responsabilità, tra tragedia evitabile e coscienza politica dimenticata.
Responsabilità
Quando la pioggia incontra l’assenza di coscienza.
Ci sono parole che non si scrivono: si sentono.
Ci sono storie che non si leggono: si attraversano.
Quella di Paola, questo mese, è una di quelle.
Nel suo racconto c’è l’eco di uno shock culturale, ma anche la dolcezza di chi ha saputo farsi ponte tra mondi. C’è la cronaca di una tragedia che non fa notizia per il numero dei morti, ma per il silenzio che lascia dietro ogni porta, in ogni casa, in ogni volto conosciuto. C’è la rabbia giusta e necessaria verso un sistema che ha dimenticato il significato profondo di una parola tanto semplice quanto dimenticata: responsabilità.
Leggerla è come specchiarsi: ci ricorda quanto sia fragile la nostra esistenza quando viene messa nelle mani sbagliate.
Ma ci ricorda anche che esiste un’altra parola, sorella della prima, che può ancora salvarci: coscienza.
E chi scrive con questa intensità, come fa Paola ogni volta, ci aiuta a non perderla.
Alfio Mirone
Responsabilità
Quando la pioggia incontra l’assenza di coscienza.
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Due valigie, appena sposata e lasciandomi alle spalle la mia vita a Buenos Aires, era l’inverno del 2002. Così è avvenuto il mio primo contatto con Kerrville, Texas. È stato uno shock culturale. Da Buenos Aires, una città di 15 milioni di abitanti, a questo paesino nel mezzo del Texas, con appena 20.000 abitanti (a quei tempi). Questo paese mi sembrava uscito da un film western. Era l’opposto di tutto ciò che avevo vissuto fino ad allora. Un paese di ritmo lento, dove i negozi chiudevano presto, dove tutti si conoscevano, dove ogni cognome portava con sé una storia. Ho visto i miei primi cowboy e miei primi stivali e uno stile di vita completamente diverso. La gente non chiudeva le porte, non bloccava le auto, c’era silenzio, le strade erano vuote, e nessuno camminava.
Non so neanche come iniziare questo scritto, la verità. Il dolore è troppo vicino, troppo vivo. Kerrville non è solo un nome su una mappa: è la terra della mia famiglia americana, dei miei suoceri, dove è cresciuto mio marito, dove vivono ancora oggi i suoi fratelli. È un luogo che conosco e che visito ogni anno per passare il Giorno del Ringraziamento con la famiglia. Il 4 luglio, mentre gli Stati Uniti accendevano fuochi d’artificio, a Kerrville l’acqua inghiottiva vite. Una piena improvvisa ha travolto un campo estivo, ha portato via bambini, giovani, madri, padri, nonni. Il dolore non è una cifra di 135 persone. Sono i loro vicini. È la donna che faceva carità da più di quindici anni nella chiesa locale vicina a mia suocera. È l’amico di mio cognato e sua moglie e figli.
Il dolore è ovunque, in ogni angolo di questa piccola comunità che non dimenticherà mai questo giorno. Questa tragedia non è stata solo causata dalla pioggia. La pioggia è naturale, ma la mancanza di preparazione non lo è. Negli ultimi anni, i fondi destinati alla prevenzione delle inondazioni e alla sicurezza pubblica sono stati ridotti. Le infrastrutture sono rimaste fragili. I sistemi di allerta insufficienti. E chi ha il potere di proteggere ha scelto, più o meno consapevolmente, di non farlo. In questi casi, la morte non è un fatto neutro. È il risultato di priorità sbagliate. È una conseguenza politica. Quando si scelgono politiche, non importa il partito, il colore, l’ideologia, che mettono in pericolo la sicurezza delle persone, è un atto politico. Ci dividono, ci mettono gli uni contro gli altri, alimentano il sospetto e la rabbia, ma moriamo tutti uguali. Moriamo per politiche idiote. Sotto l’acqua, sotto le macerie, sotto i crolli che si potevano evitare, sotto i colpi di arma da fuoco in una scuola.
E allora non si può parlare solo di sfortuna. Bisogna avere il coraggio di dire: è anche responsabilità. Responsabilità di chi ha tagliato fondi alla prevenzione. Di chi ha potere e lo usa per proteggere interessi, ma non vite. Responsabilità in cui e come votiamo, cosa vogliamo per nostro futuro. Siamo veloci nella carità, lenti nella prevenzione; appassionati nella colpa e timidi nella riforma. Finché non accetteremo che la prevenzione (in tutti ambiti) è un bene collettivo e non un lusso, continueremo a contare morti con la stessa, feroce regolarità con cui il fiume Guadalupe tracima. La vera domanda oggi non è chi pagherà il conto politico, ma come evitare che noi cittadini paghiamo con la pelle a futuro.
Pace ti chiedo, o fiume, pace, pace.
Peace, I ask of thee, O river, peace, peace
— Glendora Gosling