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Ambrogio da Ferentino, pittore del Quattrocento oggi poco conosciuto, emerge grazie a un ciclo di affreschi del 1498 nella chiesa di San Sebastiano ad Arpino. La sua firma, “Opus Ambrosii Ferentini”, restituisce identità e valore a un artista che la Ciociaria può finalmente riscoprire.
Questa volta non è S. Ambrogio ma è Ambrogio
La ricerca archivistica e lo studio delle patrie memorie produce incredibili scoperte, che gettano ulteriore luce sulla creatività che ha sempre contraddistinto il popolo ferentinate. Questa volta si tratta di un pittore: Ambrogio da Ferentino, attivo alla metà del XV secolo, che ci ha lasciato la testimonianza della sua arte in un ciclo di affreschi realizzati da lui nella chiesa campestre di S. Sebastiano in Arpino. Il Ciclo decorativo è stato datato dagli esperti intorno al 1498.
Sulla parete dal fondo dell’aula si distinguono dipinti di tre fasi successive:
L’opera è firmata, vicino ai piedi di S. Domenico, in lettere capitali e a pennello.
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Nel ciclo affrescato, che va dalla fine del 400 alla fine del secolo successivo, si possono individuare tre mani:
Il ciclo pittorico dalle foto desunte dall’ICCD (Ambrogio da Ferentino ICCD 4572653) mostrano il fondale scandito in tre riquadri, dei quali il centrale più grande. Le scene sono inserite in cornici rettilinee, quasi se fossero quadri. Le cornici dei riquadri laterali, a destra S. Sebastiano e a sinistra S. Domenico, sono originali e possono essere datate per i rimandi decorativi floreali al XV secolo; mentre la scena centrale, con la raffigurazione del martirio di S. Sebastiano, legato a un albero, in posa eroica e di ispirazione michelangiolesca nel modellato delle membra, è inserita in una cornice a finto marmo molto prossima ad analoghe cornici del tardo settecento. La scena centrale manifesta segni di evidenti ridipinture in epoca successiva all’intervento di Ambrogio da Ferentino, più visibile nei riquadri laterali.

Nella scena centrale l’iconografia, l’inserimento in ambiente naturalistico, la struttura dell’immagine riconducono al primo momento della maniera romana, manifestatasi tra 1530 e 1540. La qualità dell’affresco è assai modesta e non ci permette di identificare il pittore, che sembra essere individuabile in un ignoto autore locale che si richiama alla cultura romana pur con qualche attardamento. Anche la Madonna che allatta, inserita nell’angolo superiore sinistro della scena centrale e che si sovrappone per breve tratto alla scena laterale sinistra, deve essere datata alla fine del 500 e attribuita ad un autore locale molto modesto per l’ingenuità del disegno e l’impostazione della figura. Questo autore dipinge su uno strato di intonaco successivo. L’iconografia e lo stile si rifanno a modelli trecenteschi.
La Vergine Maria è in maestà è seduta su un trono ligneo con spalliera e, mentre allatta il divino suo Figlio, volge lo sguardo ai fedeli. Il capo e le spalle sono coperte Dal pesante mantello, che copre il capo e le spalle, si intravvede un velo bianco, leggero e trasparente, quasi un merletto, che si sovrappone alla tunica bianca e leggera del Bambino Gesù quasi in un intreccio di amore che unisce madre e figlio.
Il Bambino con la mano sinistra porta il seno della madre alla bocca e, mentre anche lui guarda davanti a sé i fedeli, alza la mano destra in segno di benedizione. Al collo di Gesù la classica collanina di corallo. La scena presenta ridipinture maldestre che hanno fortemente alterato il disegno originale (vedasi l’ingenuità dei tratti fisionomici dei personaggi, le aureole rese con pesante segno nerastro, la colorazione uniforme dello schienale del trono). Le figure sono appiattite su una scena in cui la profondità è resa dalla semplice linea curva che chiude in alto lo schienale del trono.

Più interessante la scena che raffigura il martirio di S. Sebastiano, attribuibile all’intervento di Ambrogio da Ferentino (1498). Pure questo affresco ha conosciuto interventi ridipintura successiva, ma ancora è be riconoscibile l’impianto originale del dipinto. L’impostazione dell’immagine segue l’iconografia della pittura umbra del 400: il santo legato alla colonna al centro, un paesaggio sullo sfondo. Anche il portico decorato a girali e palmette segue questa impostazione. L’esecuzione dei lacci che avvincono il santo richiama lontanamente la maniera del Pinturicchio. Probabilmente i piedi sono stati ridipinti. In basso sulla cornice del quadro, a pennello e in lettere capitali, si intravvede una didascalia mutila e di difficile comprensione dalla foto, ma che ci riconduce all’analoga iscrizione a pennello che decora la cornice in cui è inserito S. Domenico e che identifica l’autore del ciclo pittorico originale: Ambrogio da Ferentino.
L’autore riprende dai modi della pittura umbra che in quel periodo si era sviluppata a Roma. Soprattutto il tipo di decorazione, per quanto di esecuzione modesta, mostra un certo aggiornamento; mentre l’immagine del santo rivela l’origine provinciale dell’autore. In una pubblicazione del 1927 A. Conti sostiene che il santo è S. Domenico di Anagni, ma questa asserzione non è documentata e la figura non presenta nessun particolare iconografico tale da far dubitare che si tratti di S. Domenico di Guzman. Il portico, decorato a palmette e girali, richiama una iconografia comune alla pittura umbra; in particolare la cortina damascata sul fondo si ispira ai modi del Pinturicchio; invece il santo visto di tre quarti si avvicina a certe opere di Filippo Lippi. In basso, nell’angolo sinistro, si legge scritto a pennello su lapide marmorea la firma dell’autore: Opus Ambrosii Ferentini at sub anno domini 1498 mensis augusti die 8
La scarsità di opere quattrocentesche in Ciociaria dà una particolare importanza a questo ciclo. Altri esempi di pitture di questo periodo si trovano nel Frusinate: una Madonna della Misericordia attribuita da C. Maltese al Lattanzio e un dipinto di Andrea Delitio in S. Francesco a Sora; il maestro della Madonna di Alvito che avrebbe operato da cominciare dall’ultimo quarto del sec. XV ad Alvito e ad Alatri; a Trevi nel Lazio nella chiesa di S. Maria del Riposo troviamo un ciclo affrescato firmato da un certo Pietro e datato 1483.
Biancamaria Valeri