Enter your email address below and subscribe to our newsletter

medicina e responsabilità

Nihil prodest quod non laedere possit idem

Nulla giova senza poter nuocere. Antonio Colasanti riflette su medicina, dose e responsabilità, tra sapere antico e attualità.

Share your love

Medicina e responsabilità

Non c’è nulla di benefico che non possa nuocere allo stesso.

 

di Antonio Colasanti

C’è una verità antica che attraversa i secoli e arriva fino ai nostri giorni con la stessa forza con cui la scrisse Ovidio nel 17 a.C., mentre scontava il suo esilio lontano da Roma:
Nihil prodest quod non laedere possit idem.
Nulla giova che lo stesso non possa anche nuocere.

È un monito che dovremmo ricordare ogni volta che teniamo in mano un medicinale. Perché nulla è più ambiguo — e più affascinante — della cura.
E nulla è più pericoloso dell’uomo che dimentica quanto fragile sia il confine tra bene e male, tra rimedio e veleno.

Paracelso lo aveva capito secoli dopo, riassumendo tutto in una frase perfetta, scolpita nella storia della medicina:
“È la dose che fa il veleno.”

Eppure, nonostante questa saggezza millenaria, medici che prescrivono, scienziati che inventano, farmacisti che dispensano sembrano spesso aver bisogno di tatuarsi quella frase sul palmo della mano. Perché curare è un’arte nobile, certo, ma a volte la memoria è corta — e la tentazione di dimenticare le responsabilità è lunga.

La verità è semplice:

i farmaci ci accompagnano dalla nascita alla morte.

Possono salvarci in cento modi, se ricordiamo Ovidio.
Possono rovinarci in mille, se facciamo finta di no.

Nell’antichità, quando l’uomo combatteva da solo contro fame, freddo e malattie, la ricerca di rimedi era una questione di sopravvivenza. Si osservava la natura, si sperimentava, si sbagliava e si imparava. Nacquero così i medicamenti buoni e quelli cattivi, i guaritori e i mercanti, gli scienziati e coloro che — come sempre accade — annodarono la cura al denaro, trasformando la salute in affare e il bisogno in mercato.

Odiare e amare, allo stesso tempo: ecco il destino di chi vive tra medicina e commercio.
Perché il confine è sottile.
Se un rimedio “ammazza lentamente”, dicono i cinici, non è considerato pericoloso.
E così, tra fitoterapia, rimedi della nonna e preparati che promettono tutto e non mantengono nulla, si crea un labirinto dove è difficile trovare l’uscita.

Eppure, un giorno arrivò Hahnemann a ribaltare i tavoli e a sconvolgere il mondo con un’idea che sembrava follia e invece cambiò la storia:
similia similibus curentur.
Il simile cura il simile.
E soprattutto: dosaggi infinitesimali.
Una rivoluzione che ancora oggi divide, incuriosisce, accende discussioni.

Vuoi leggere altre storie su salute e benessere?

Scopri le parole del dr. Antonio Colasanti

E allora, cosa c’entra tutto questo con il Natale?

C’entra eccome.
Perché dicembre è il mese in cui crediamo ai miracoli più del solito, in cui ci affidiamo ai simboli, alle tradizioni, ai riti.
È il mese in cui le case profumano di arancio e cannella, ma anche quello in cui si abusa di cene, pranzi, brindisi, integratori “salva-fegato”, compresse “post-abbuffata” e sciroppi miracolosi.

Insomma: è il mese in cui la tentazione di credere alle scorciatoie è più forte che mai.

E allora Ovidio ritorna, puntuale come una stella cometa:
non esiste nulla che aiuti senza poter nuocere.
E Paracelso, dalla sua epoca lontana, fa eco:
“È la dose che fa il veleno.”

Forse il vero spirito del Natale, in mezzo a luci, regali e panettoni, sta proprio qui:
nell’imparare a dosare.
A scegliere.
A non lasciarsi ingannare dalle promesse facili.
A ricordare che la cura è un atto d’amore, e come ogni atto d’amore richiede responsabilità.

Che sia una medicina, un brindisi o una parola detta di fretta:
la differenza la fa sempre la dose.

Medicina e responsabilità

Condividi il tuo amore
Alfio Mirone
Alfio Mirone
Articoli: 1846

Stay informed and not overwhelmed, subscribe now!