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Il vino sottovoce è la nuova rubrica di Ciociaria&Cucina, un viaggio tra emozioni e calici selezionati da Cantine Mida e raccontati da Alessia Mirone. Il primo appuntamento è dedicato a Cantina Joaquin, con il Vino della Stella, Dall’Isola e il Taurasi Riserva: tre vini che non urlano, ma restano nel cuore e nella memoria.
Il vino sottovoce: settembre in un calice
Ci sono mesi che urlano l’estate che finisce, e poi c’è settembre. Lui no, lui non ha bisogno di alzare la voce. Arriva in punta di piedi, con il primo brivido fresco sulla pelle e il respiro lento della vendemmia che torna a dare un ritmo sacro alle giornate.
È in questo tempo sospeso, quasi un respiro tra la frenesia e la quiete, che ho desiderato far nascere questa rubrica. Il vino sottovoce non sarà un elenco di note tecniche, ma un diario di emozioni liquide. Perché ogni calice, vedete, ha una sua voce. C’è chi grida per farsi notare, chi si impone con prepotenza, e poi c’è chi resta. Io ho scelto di dedicare il mio ascolto a quest’ultimo, perché è nel silenzio che si nascondono le storie più pure, quelle che ti restano dentro.
In questo viaggio non sono sola. A indicarmi il sentiero c’è un complice speciale, Daniele Attini di Cantine Mida. Daniele non custodisce solo bottiglie, ma cultura, scelte, visioni. È lui che, con la sua professionalità, scoverà le perle silenziose che troverete in queste pagine. Il mio compito sarà solo quello di prenderle per mano e trasformarle in un racconto, per portarvi con me dentro ogni singolo sorso.
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Il vino sottovoce: settembre in un calice
Per il nostro primo passo, Daniele mi ha condotto nel cuore pulsante dell’Irpinia, in un luogo dove il vino non ha bisogno di farsi sentire per essere indimenticabile: Joaquin. Questa non è una semplice cantina, è il sogno di Raffaele Pagano. Un sogno iniziato nel 1999, quando ha deciso di allontanarsi dal coro assordante del mercato per cercare l’essenza, per dare voce a una visione ostinatamente personale, autentica, coraggiosa.
Qui non si contano le bottiglie, si pesano le emozioni. Raffaele è il custode di pochi ettari di vigne, un patrimonio di memoria vegetale con piante antichissime che parlano la lingua della terra e del tempo. Ogni annata non è un dovere, ma un dono: il vino nasce solo se la natura lo permette, in un atto di fiducia assoluta, senza scorciatoie né compromessi.
Immaginate le sue vigne a Lapio e Paternopoli: radici che affondano in suoli vulcanici e argillosi, uve che respirano l’aria sottile dell’altitudine e vivono di sbalzi termici che ne scolpiscono il carattere. È lì che il Fiano e l’Aglianico imparano quella profondità rara, quasi spirituale. E in cantina, la stessa rispettosa attesa: fermentazioni che partono da sole, legni mai protagonisti, e un tempo che scorre lento, perché il vino, come le storie vere, non sopporta la fretta.
La grandezza di Joaquin è tutta qui: non cerca di impressionarti, ma di entrarti dentro. È la voce di chi parla sottovoce, sapendo che le sue parole lasceranno un’eco infinita.
Ed è da questo silenzio denso di significato che nascono i tre vini che vi racconto. Tre respiri liquidi, tre capitoli della stessa, silenziosa, filosofia.
Avete presente quella luce di settembre che non abbaglia ma illumina, accarezzando ogni cosa? Quando porto al naso il Vino della Stella, io sento quella luce. È come una passeggiata a piedi nudi tra le vigne di Lapio. È un vino che nasce con un garbo antico, con il pudore di chi non ha bisogno di dimostrare nulla. Non ti invade, ti accoglie. Sa aspettare che sia tu ad avvicinarti.
Il suo sussurro è fatto di fiori di campo appena colti, di mela croccante e di un soffio di erbe mediterranee. Poi arriva lei, quella scia minerale, pulita, affilata, che è la firma della sua terra. In bocca è un ricamo di freschezza ed eleganza, ma la sua profondità non ti abbandona. Resta lì, come un pensiero gentile che ti accompagna per il resto della giornata.
Chiudete gli occhi e immaginatelo con dei compagni gentili: un pesce di lago cotto al vapore, una pasta fresca con fiori di zucca e menta, un caprino fresco. Abbinamenti che, come lui, non coprono, ma dialogano. È un vino per chi ama i dettagli, per chi sa che le cose più importanti si dicono, appunto, sottovoce.
C’è un vino che sa di mare senza doverlo dire. Si chiama Dall’Isola e nasce a Capri, da una manciata di terra sospesa tra cielo e faraglioni. Qui, Greco, Falanghina e Biancolella si uniscono come voci di un coro sommesso, fermentano insieme e si lasciano cullare dal vento salmastro.
Al naso arriva la carezza della brezza marina, agrumi maturi e un tocco di erbe mediterranee. In bocca è un abbraccio minerale, nitido ma gentile, che sembra custodire il respiro dell’isola stessa. Non travolge, accompagna. È un vino che sa aspettare e che resta nella memoria come un tramonto guardato in silenzio sul mare.
Lo vedo bene con piatti che rispettano la sua anima: un crudo di pesce, un’insalata di mare tiepida con olio buono e limone, o una pasta con cozze e pomodorini freschi. Compagni semplici, ma veri, come le cose che il mare ti regala senza clamore.
Se c’è un vino che sa raccontare il tempo, è il Taurasi Riserva Della Società. Viene da vigne antichissime, pre-fillossera, che affondano le radici nel tufo e portano nel grappolo la memoria di secoli. Qui Raffaele Pagano ha scelto di non avere fretta: il vino riposa per anni in legni di castagno e acacia, senza l’urgenza di uscire, aspettando che la voce diventi matura e profonda.
Nel calice è un rosso scuro, fitto, che al naso svela bosco umido, frutta nera, tabacco e un soffio balsamico. In bocca ha la forza di un gigante gentile: i tannini sono solidi ma eleganti, il sorso è lungo, vivo, con un finale che richiama la freschezza degli agrumi e la persistenza delle spezie. È un vino che non urla, ma imprime la sua presenza.
A me piace immaginarlo accanto a grandi piatti di carne: un brasato che ha atteso ore, un agnello al forno con erbe aromatiche, o anche formaggi stagionati e intensi. È il vino che si concede quando la tavola diventa rito, quando il tempo si ferma e resta solo il piacere di condividere.
Questi tre vini di Joaquin sono così. Non hanno bisogno di clamore, perché la loro eco è già potentissima. Sono bottiglie che si fanno ricordare non per quanto rumore fanno, ma per la loro capacità di restare.
Questo è il cammino che faremo insieme, mese dopo mese, lasciandoci guidare dallo sguardo di Daniele e di Cantine Mida. Andremo alla scoperta di calici che non urlano. Ma che, se sai ascoltarli, hanno l’universo intero da raccontare.
Perché il vino sottovoce è quello che, quando il calice è vuoto, continua a parlarti dentro. Nel cuore, e nel ricordo.
