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La Lettera dell’Editore racconta la strada di Carlo Petrini, Carlin, e il pensiero Slow Food che ha ispirato Ciociaria&Cucina nel valorizzare territorio, piccoli produttori ed eccellenze.
Certe strade non le scegli di Carlo Petrini
È successo anche a me. In un momento della mia vita in cui stavo cercando una direzione — non solo professionale, ma di senso — le parole di un uomo di Bra hanno cominciato ad abitarmi. Non tutte insieme, non d’un colpo. Piano piano, come succede con le cose vere. Un libro, un discorso, un’idea che tornava. E ogni volta che tornava, lasciava qualcosa.
Certe strade non le scegli di Carlo Petrini
Aveva 76 anni e un’intera vita spesa a seminare un pensiero che sembrava scomodo, quasi ingenuo, ai tempi in cui lo seminava: che il cibo buono, pulito e giusto fosse un diritto. Che il territorio non fosse uno sfondo, ma un protagonista. Che i piccoli — i contadini, gli artigiani, le famiglie che tengono vivi saperi antichi — valessero quanto i grandi, se non di più.
Eppure in un certo senso lui è stato il primo a credere in quello che avrei fatto, senza saperlo. Perché quando dieci anni fa ho deciso di fondare Ciociaria&Cucina, non stavo solo scegliendo di raccontare la provincia di Frosinone. Stavo scegliendo un modo di stare al mondo. Stavo scegliendo di credere che la Ciociaria avesse qualcosa di straordinario da dire — nei suoi vini, nei suoi formaggi, nelle sue tavole, nelle sue famiglie che lavorano la terra — e che quella straordinarietà meritasse luce, non per convenienza, ma per giustizia.
Forse era destino, come penso spesso. Forse certi incontri — anche quelli che avvengono attraverso le pagine di un libro, attraverso un’intervista ascoltata tardi la notte, attraverso un’idea che ti cambia la prospettiva senza chiederti il permesso — sono già scritti da qualche parte.
Sta di fatto che senza di lui, questo magazine probabilmente non esisterebbe. O esisterebbe in un altro modo, con un’anima diversa.
Oggi, in questo numero che celebra dieci anni di cammino, sento il bisogno di dirlo ad alta voce. Non come omaggio di circostanza, ma come atto di onestà.
Per avermi insegnato — da lontano, senza saperlo — che elevare le eccellenze di un territorio è un atto culturale prima che editoriale. Che favorire chi lavora con metodo sano, con rispetto per la terra e per le persone, non è romanticismo: è responsabilità. Che la qualità vera non ha bisogno di urlare, perché ha radici abbastanza profonde da parlare da sola.
La tua.