Newsletter Subscribe
Enter your email address below and subscribe to our newsletter
Enter your email address below and subscribe to our newsletter

Con “La cultura si beve”, Marie Joveneau apre una riflessione sulla fermentazione come linguaggio del nostro tempo. Dal vino naturale alla kombucha artigianale, ogni bicchiere diventa scelta, identità, territorio e cultura viva.
La cultura si beve
La cultura non abita solo le pagine di un libro o il silenzio di un museo ma, a volte, la trovi anche sul fondo di un bicchiere. Lo so, suona strano ma aspetta…
Tutto nasce da una conversazione con Sandro Sangiorgi, una delle voci più lucide del vino naturale. Le sue parole sono rimaste lì a sedimentare, prendendo sempre più spazio quasi a chiedermi il permesso di diventare qualcosa di più. Siamo abituati a pensare alla cultura come a qualcosa di serio, da conservare, che richiede un certo silenzio e una certa postura. Eppure ogni giorno, quando scegliamo cosa bere, stiamo già dicendo qualcosa di noi — di come vogliamo vivere, di quello in cui crediamo, di quanto siamo disposti a guardare le cose in maniera diversa. Ma vale anche il contrario: certe bevande hanno già scelto da che parte stare, prima ancora di versarle in un bicchiere. Il vino naturale e la kombucha artigianale non sono prodotti neutri, ma sono una presa di posizione, una resistenza silenziosa contro un modo di produrre e consumare che nel tempo ha perso il senso del perché.
La cultura si beve
Negli ultimi decenni il vino è diventato sempre più prevedibile. Ogni bottiglia è uguale all’altra, progettata per piacere a tutti e non dispiacere a nessuno. Un vino perfetto per chi cerca una risposta immediata, meno per chi, in quel calice, desidera un incontro più viscerale, capace di disorientare ed emozionare. Il vino naturale racconta qualcosa di diverso perché funziona al contrario. Nasce da uve coltivate nel rispetto della terra, fermenta senza correzioni, imbottiglia i capricci del tempo e della natura. E quando lo bevi, lo senti. Non ha mai lo stesso sapore. Il secondo sorso è diverso dal primo, e sarà diverso dal terzo. A volte è più acido con una leggera frizzantezza che non ti aspetti, altre volte sprigiona aromi che non sai bene come definire. Proprio lì sta la differenza. Non ti dà certezze ma ti fa domande, ti costringe a stare attento e ad essere presente. È meno comodo, certo, ma ti trasforma. Racconta con autenticità un territorio, un’annata, una mano che non ha sovrastato un processo naturale. Ecco perché è cultura.
La kombucha ha una storia diversa, più giovane e meno patinata. Non ha denominazioni d’origine, non ha sommelier che la valutano con voti a tre cifre. Nasce da una coltura microbica — il cosiddetto SCOBY — che si tramanda di mano in mano, spesso tra amici, quasi sempre gratis. Questo, se ci pensi, è già un piccolo atto culturale sovversivo. In un’epoca in cui tutto ha un prezzo, la kombucha artigianale si muove su binari diversi : non si compra ma si regala. È un sapere che circola fuori dalle leggi del mercato odierno seguendo quelle più primitive del baratto. Ma la kombucha è anche un gesto di cura profondamente umano nel nutrire una coltura viva ogni settimana, aspettare, assaggiare, ricominciare. È un processo lento, incerto, imperfetto, mai uguale a sé stesso come tutte le cose che valgono.
Vino naturale e kombucha artigianale sembrano abitare mondi diversi. Uno porta con sé secoli di storia, l’altro sta ancora costruendo la sua. Eppure, incontrandosi sulla stessa tavola, finiscono per dire la stessa cosa: puoi scegliere come produrre, come consumare, come stare in relazione con ciò che il tuo corpo accoglie e riccorda. Non è una questione di salute o di tendenza, ma una questione di valori. Ed è esattamente quello che fa la cultura: offrire uno sguardo diverso sul mondo, uno sguardo che trovi a volte in un teatro, a volte in un romanzo, a volte sul fondo di un bicchiere che aspetta chi sa mettersi in ascolto.