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Nella rubrica Il vino sottovoce, Alessia Mirone racconta i vini Dianetti, vignaioli storici della Val Menocchia. Un viaggio intimo tra territorio, memoria e vini che nascono dall’ascolto della terra, reso possibile grazie a Cantine Mida e Daniele Attini.
Dianetti Vini Val Menocchia
Quando ascolto il racconto di una cantina, cerco sempre il punto in cui le parole smettono di descrivere e iniziano a somigliare a chi le pronuncia.
Con Emanuele Dionetti questo passaggio avviene presto, quasi senza accorgersene.
In Val Menocchia il vino non nasce per essere spiegato. Nasce per essere vissuto, giorno dopo giorno, nel rapporto silenzioso tra la terra, la vite e chi la coltiva. È un luogo in cui il paesaggio non fa scena, ma accompagna, e dove la presenza del mare e dei monti si percepisce più nell’aria che nello sguardo. Qui il lavoro del vignaiolo non è mai un gesto isolato, ma una continuità naturale con ciò che esisteva prima.
Arrivando in valle, la sensazione è quella di entrare in uno spazio che non chiede attenzione, ma rispetto. Le colline sono morbide e insieme selvagge, l’orizzonte è aperto, arioso, eppure attraversato da una tensione sottile. Il mare non si vede, ma si sente. Di giorno la brezza arriva leggera, poi lascia spazio all’aria che scende dai Sibillini. È un dialogo costante, e la vigna sembra parteciparvi da sempre.
È qui che prende forma il lavoro di Dianetti.
Una famiglia di vignaioli storici, profondamente legata a questa valle, che ha scelto di raccontarsi attraverso il vino senza scorciatoie, senza costruzioni inutili. Il loro non è un vino che cerca consenso: è un vino che custodisce un’identità.
Parlando con Emanuele, emerge subito un concetto chiaro: il vino non è un prodotto, ma un’idea che prende corpo. Un’idea che nasce molto prima della vendemmia, nella relazione quotidiana con la terra, nella capacità di leggere ciò che il microclima regala ogni anno, nella responsabilità di accompagnare ogni bottiglia lungo il suo percorso. Qui il vignaiolo non impone, ma interpreta.
La Val Menocchia non è uno sfondo geografico, ma parte integrante del racconto. I suoli alluvionali, la presenza del calcare, la profondità dell’argilla, le escursioni termiche marcate: tutto contribuisce a dare ai vini una tensione naturale, una freschezza mai costruita, una sapidità che ritorna con costanza. È come se la valle lasciasse sempre una firma riconoscibile, anche quando cambia il vitigno.
L’azienda lavora anteponendo la qualità alla quantità, e questo crea un legame profondo con ogni vino prodotto. Si percepisce un attaccamento sincero, quasi affettivo, che va oltre la tecnica. Accompagnare un vino, per loro, significa seguirlo fino all’incontro con chi lo berrà, instaurando una relazione che non si esaurisce nel calice.
Raccontare Dionetti significa, a un certo punto, accettare che il vino diventi la forma più sincera di questo dialogo. Ogni etichetta nasce come una diversa sfumatura dello stesso paesaggio, come se la valle trovasse ogni volta un modo nuovo di raccontarsi. Non ci sono interpretazioni forzate, ma scelte misurate, rispettose del carattere dei vitigni e di ciò che la vigna ha già deciso.
È in questo equilibrio – tra freschezza e profondità, tra immediatezza e memoria – che prendono forma i loro vini. Vini che non cercano di stupire, ma di restare, capaci di trasformare il sorso in un’esperienza che continua anche dopo il calice.
È il sorriso più immediato di questo paesaggio.
Nel calice è briosa, fresca, attraversata da una florealità luminosa e da una sapidità che accompagna il sorso senza mai appesantirlo. È un vino che invita alla convivialità, che mette a proprio agio, ma che non rinuncia a lasciare un ricordo preciso. Lo vedo accanto a fritture di pesce, crudi delicati, piatti vegetali di stagione, dove la sua energia naturale trova il contesto ideale.
Racconta invece il lato più quotidiano e sincero della valle. Montepulciano e Sangiovese dialogano con equilibrio, regalando un vino succoso, nitido, dalla beva fresca e golosa. È un rosso che non sovrasta mai il piatto, ma lo accompagna con discrezione, perfetto con paste al ragù leggero, pollame arrosto, cucina di terra semplice, quella che si porta in tavola senza bisogno di occasioni speciali.
Qui il racconto si fa più profondo e riflessivo.
Il sorso è ampio, raffinato, sostenuto da una freschezza viva e da una chiusura sapida che allunga il gusto. È un bianco che ha carattere, ma lo esprime con misura, capace di stare accanto a brodetti marchigiani, pesce al forno, carni bianche e formaggi di media stagionatura, tenendo insieme tensione ed eleganza.
Nasce da una vinificazione rispettosa, che libera il Montepulciano da ogni eccesso. Il frutto è centrale, la trama tannica è elegante, impreziosita dal tocco vellutato del Grenache. È un vino profondo, ma mai rigido, che accompagna con naturalezza carni rosse, agnello, selvaggina leggera, mantenendo sempre una beva armonica e continua.
Il vino del sogno che prende forma.
Una vecchia vigna di Grenache, basse rese, un affinamento lungo e paziente. Al naso frutto, spezie e fiori si intrecciano con naturalezza; al palato il sorso è misurato, profondo, con una persistenza che avvolge senza stancare. È un vino che chiede tempo e silenzio, perfetto con stracotti, selvaggina importante, formaggi stagionati, o semplicemente da ascoltare da solo.
Questo racconto nasce grazie a Cantine Mida e a Daniele Attini, che continuano a offrire l’opportunità di conoscere aziende che non cercano rumore, ma verità.
Perché ci sono cantine che parlano forte.
E poi ci sono quelle che, come Dionetti, restano sottovoce, ma sanno farsi ricordare.