Newsletter Subscribe
Enter your email address below and subscribe to our newsletter
Enter your email address below and subscribe to our newsletter

Oggi la politica sembra assomigliare sempre di più al mondo dei social: voti come follower, politici come influencer. Un’equazione che racconta il nostro tempo.
Voti come follower: politici e aziende nell’equazione del potere
Una volta i politici si misuravano con la storia, oggi con gli algoritmi.
Più follower hai, più vali. Non sul piano delle idee, non sul coraggio delle scelte, ma sul tariffario delle aziende che ti tengono in vita come un influencer qualsiasi. E così la politica, da mestiere alto, si è trasformata in un call center di bugie: risposte rapide, slogan da tre parole e tanta voglia di compiacere chi paga.
Il problema non è che siano incapaci di governare (e parlo di tutti i governi della seconda repubblica): quello ormai lo abbiamo capito tutti. Il problema è che sono obbedienti. Obbedienti a un capitalismo che non ha più bisogno di uomini di Stato ma di marionette ben vestite, capaci di sorridere davanti a una telecamera e raccogliere consensi come si raccolgono punti al supermercato. Una manciata di denaro? Magari fosse solo una manciata! Qui si parla di banchetti interi, serviti a chi sa vendersi meglio.
Un tempo i politici si misuravano con ideali, visioni, sacrifici. Si poteva anche non condividerli, ma almeno erano uomini e donne che sapevano stare dritti di fronte alla tempesta. Oggi basta un like, una diretta Instagram fatta male e la promessa di un futuro che non arriverà mai. Eppure funziona, perché l’elettore – come il follower – si accontenta di essere illuso, mentre dietro le quinte qualcuno passa lo scontrino.
La politica non è più la “res publica”, ma la “res follower”.
In latino res publica significava “cosa pubblica”, cioè l’interesse collettivo, il bene comune. Era la base stessa della Repubblica. Oggi invece sembra che quella “cosa pubblica” sia stata sostituita da un’altra: la res follower. Non conta più il servizio ai cittadini, ma il numero dei voti raccolti, che diventano come i follower per un influencer.
Più voti hai, più vali. Non per quello che fai, ma per quello che rappresenti in termini di consenso, e di conseguenza in termini economici. Perché quei voti attirano aziende, istituti di credito e multinazionali pronti a garantire favoritismi pur di avere un politico “influente” dalla loro parte.
Insomma, non si misura più la qualità delle idee ma la quantità dei seguaci. Non più valori, ma metriche. Non più Repubblica, ma marketing.
E i nostri rappresentanti non sono più scelti per far politica, ma per intrattenere. Parlano tanto, dicono tutto e il contrario di tutto, e soprattutto promettono. Perché una promessa costa meno di un programma e rende di più.
Viene da chiedersi: se i politici di ieri tornassero oggi, aprirebbero un profilo TikTok o Instagram? Avrebbero lo stesso rispetto se invece di parlare al Parlamento dovessero fare balletti per un algoritmo? Forse sì, forse no. Di sicuro si rivolterebbero nella tomba nel vedere che la dignità politica è stata sostituita dalla ricerca disperata di visibilità.
Alla fine, però, la verità è semplice: i politici sono come i follower.
Più ne hanno, più valgono. Non per quello che fanno, ma per quello che fingono di essere.
E noi? Noi restiamo qui, a guardarli recitare la loro commedia quotidiana, tra un post sponsorizzato e una bugia ben confezionata.
Forse, in fondo, il problema non è loro. Il problema siamo noi, che ancora li seguiamo.