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Il Nobel per la Pace (al contrario) va a chi la pace la seppellisce

Il Nobel per la Pace (al contrario) va a chi la pace la seppellisce

Un editoriale duro e necessario. Francesca Albanese sotto attacco. La verità fa paura. E oggi più che mai bisogna scegliere da che parte stare.

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Il Nobel per la Pace (al contrario) va a chi la pace la seppellisce

Il potere oggi non uccide con le armi, ma con il silenzio

C’è chi invoca il Nobel per la Pace per Francesca Albanese, giurista italiana e relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati.
Ma io oggi voglio proporre il suo opposto:
un Nobel al contrario, per chi della pace fa un trofeo di guerra, per chi la prende tra le mani, la stritola e poi soffia via le ceneri ridendo.

E quest’anno il podio è affollato:
Stati Uniti, Israele, e tutto il mondo complice del loro silenzio.
Un premio condiviso tra chi bombarda e chi tace. Tra chi punisce chi denuncia e chi si gira dall’altra parte.

Il Nobel per la Pace (al contrario) va a chi la pace la seppellisce

Francesca Albanese, colpevole di essere onesta

Francesca Albanese ha osato fare ciò che ogni essere umano dovrebbe fare: guardare in faccia l’orrore e non sopprimere l’evidenza.
Ha messo nero su bianco i crimini. Ha contato i bambini morti. Ha elencato le aziende che si arricchiscono sull’economia del massacro.
Ha scritto un report che dovrebbe essere studiato nelle università, e invece viene sepolto sotto strati di fango digitale.

Israele ha avviato una campagna per cancellarla dalla rete e dal dibattito. Gli Stati Uniti — con Marco Rubio oggi segretario di Stato — hanno imposto sanzioni personali a una cittadina italiana.
Siti costruiti per screditarla, video manipolati con l’intelligenza artificiale, attacchi mediatici, diffamazioni.
Un metodo che conosciamo bene:
prima ti isolano, poi ti delegittimano, poi ti distruggono.

La mafia di oggi oscura nomi, non volti.

E decide chi può parlare e chi no.

Dimenticate la mafia che abbiamo conosciuto. Quella faceva paura, sì, ma oggi sembrano teatrini di paese.
La mafia vera, quella globale, si muove nei corridoi del potere, tra server e consigli di amministrazione.
Non ha bisogno di sparare: le basta premere un tasto.
Parla inglese fluente, sponsorizza campagne digitali, firma accordi con chi bombarda scuole e ospedali.
Ed è proprio questa mafia nuova che ha messo nel mirino Francesca Albanese.

Perché oggi non serve più un proiettile per far fuori chi racconta la verità.
Bastano le sanzioni personali: congelamento dei beni, divieto d’ingresso in un Paese, isolamento diplomatico.
Non colpiscono un esercito. Colpiscono una persona sola. La cancellano da dentro, per farla sparire fuori.
È così che si uccide la verità. Senza sporcare le mani.

Il premio al silenzio: vince l’Italia

E poi c’è l’Italia.
Il Paese di Francesca. Il Paese che, davanti a tutto questo, non dice una parola.
Il governo tace. L’opposizione balbetta. Il Parlamento dorme.
Il ministro degli Esteri si nasconde dietro il protocollo, e la premier — sempre pronta a rivendicare radici cristiane e identità nazionale — questa volta non rivendica nulla.
Nemmeno la difesa di una nostra cittadina sotto attacco internazionale.

Nemmeno la verità.

La verità non serve al potere. Anzi, fa paura.

Il mondo politico, in blocco, sembra convinto che la verità non sia utile. Non serve per vincere le elezioni, non serve per esportare democrazia, non serve per vendere armi.
La verità complica.
E Francesca Albanese è una complicazione vivente. Perché è donna, italiana, competente, coraggiosa.
Perché non si piega.
E chi non si piega, in questo mondo storto, diventa un bersaglio.

Ma quello che i potenti temono davvero non è lei.
È quelli che la ascoltano.
È chi ha ancora il coraggio di dire: “Io sto con chi resiste. Non con chi uccide.”
È chi non accetta che la parola pace sia ridotta a una scusa per firmare trattati con chi bombarda ospedali.

Io, oggi, scelgo da che parte stare

Non rappresento partiti, né movimenti.
Parlo da uomo, da giornalista, da cittadino.
E oggi, da queste righe, scelgo da che parte stare.
Dalla parte della verità, anche quando fa male.
Dalla parte di Francesca, anche se costa solitudine, silenzio, isolamento.
Dalla parte della pace, quella vera, che non ha bisogno di armi né di algoritmi.

Perché se tacciono i governi, parlo io.
Se tacciono i partiti, scrivo io.
Se nessuno difende Francesca Albanese, allora lo faccio io.
E me ne assumo ogni parola. Ogni responsabilità. Fino in fondo.

— Alfio Mirone

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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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