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Viviamo un’era iper tecnologica. La scienza compie passi talmente veloci che, ciò che un tempo impiegava una generazione, oggi si realizza in pochi anni. E tutto il sapere, come pure i servizi e le attività produttive, si digitalizza. L’ambiente in cui operiamo scelte, lavoro, attività finanziarie e comunicazione è la rete, senza la quale sembra non si possa più vivere e progredire. Perfino l’arte, espressione massima dell’umana creatività, si sta progressivamente spostando su canali, per così dire, virtuali.
Ma tutto questo, oltre al dibattito sull’etica delle piattaforme, sul rispetto della privacy e sulla contrapposizione tra intelletto umano e intelligenza artificiale, pone anche il quesito se abbia più valore il tangibile o l’immateriale.
Analizzando la questione da un punto di vista per così dire filosofico, con immateriale potremmo definire tutto quanto attiene a quelle categorie che non possiamo quantificare con precise unità di misura, con numeri, in sostanza. Cultura, pensiero, discipline umanistiche sono prettamente immateriali.
E ciò ci porta anche al rapporto tra cervello e mente, un dualismo molto sottile, considerando che spesso si tende a sovrapporli. Ma il cervello è un organo prettamente fisico e la mente l’espressione di una delle sue più alte funzioni, il pensiero. Nonostante ciò, le neuroscienze ci dicono che ogni attività del nostro più importante organo è regolata da impulsi elettrici leggibili con appositi strumenti diagnostici, cosa che riduce – ed è, dal punto di vista medico, corretto – ogni nostro pensiero ed emozione al passaggio di corrente elettrica nelle strutture cerebrali, come di tutto il nostro sistema nervoso ed organismo.
Ma questa pur vera constatazione non può o non dovrebbe sminuire la profondità, la creatività e il potere di emozionare che l’intelletto umano esprime da sempre. Millenni di storia dell’umanità testimoniano quanto la nostra intelligenza abbia in sé una scintilla creativa che contiene qualcosa di divino. E quanto questo afflato creativo possa incidere sulle nostre emozioni e sulle nostre vite. Ma perfino sulla scienza che, lungi dall’essere riducibile solo a leggi fisico/matematiche, non progredirebbe senza la curiosità e l’estro di persone che sperimentano, sì, ma dopo intuizioni che l’animale uomo non potrà mai delegare alla fredda intelligenza di una macchina.
E così discutiamo tra noi se sia meglio accedere ad un archivio infinito di musica tramite un computer o collezionare vinili, o comunque supporti fisici, potendo toccarli, suonarli negli appositi apparecchi, scambiarli materialmente in dono. O ci dividiamo tra chi ama leggere un libro digitale e chi, come colei che scrive, entrare in libreria, sfogliare le pagine, annusare l’odore dell’inchiostro, innamorarsi di una copertina.
L’essere umano credo abbia bisogno della fisicità come dell’astratto; nello stesso modo in cui si nutre, non solo di cibo, ma anche di emozioni.