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Paola Pisano racconta il suo compleanno numero 48 come un ponte tra vita, lingue e identità. Un viaggio che dall’Argentina agli Stati Uniti trova nell’italiano una nuova casa, un approdo di affetto e riflessione.
La morta che parla
Ci sono compleanni che non si contano soltanto: si vivono. I quarantotto anni di Paola sono uno di quei momenti che non segnano solo il tempo, ma lo trasformano in parola, memoria e presenza. “Il morto che parla”, dice la smorfia napoletana: ma nelle sue mani questo numero diventa la prova che anche ciò che sembra silenzioso può brillare di vita.
Paola attraversa lingue, terre e identità con la leggerezza di chi non ha paura di sentirsi divisa, perché in quella dualità ha trovato la sua forza. Lo spagnolo che l’ha vista nascere, l’inglese che l’ha accolta, e l’italiano che ora le dona respiro e appartenenza: tre voci che si intrecciano fino a diventare una sola, la sua.
E allora, più che augurarle buon compleanno, vogliamo dirle grazie. Perché con le sue parole ci ricorda che la vita è un dialogo continuo, che la scrittura è il modo più umano e coraggioso per esserci, e che a volte l’invisibile è ciò che lascia il segno più profondo.
Alfio Mirone
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Questo agosto ho compiuto quarantotto anni. Quest’anno segna anche una linea invisibile, perché segna la metà della mia vita vissuta in Argentina e l’altra metà negli Stati Uniti. Due metà che si intrecciano, come le lingue che porto dentro. Una dualità. E la riflessione è inevitabile.
Quarantotto nella smorfia napoletana è “il morto che parla”. E mi sembra un numero perfetto per questo periodo, un compleanno che arriva anche insieme a un traguardo, la fine del mio master in traduzione letteraria. Il “morto che parla” è un’immagine che mi colpisce perché racconta qualcosa di silenzioso, invisibile; ma vivo, vivo nelle parole. È così che vedo il lavoro del traduttore, capace di dare voce a un testo senza farsi vedere. Quest’anno mi sento proprio lì, dentro le parole e fuori dalla scena, invisibile alla vista, ma visibile con le mie parole. In un dialogo continuo tra lingue e mondi. Una “morta che parla”, a volte in una lingua e cultura, a volte in un’altra, muovendomi silenziosa ma viva tra geografie e culture diverse, senza un posto fisso in cui fermarmi.
In quel mondo di dualità, già piuttosto caotico, ora c’è la terza lingua, l’italiano. All’inizio, c’era una sorta di lotta tra la terza lingua e l’inglese. L’inglese si interponeva, si piantava nella sua conquista ormai di decenni e a forza non permetteva che la comunicazione con lo spagnolo e l’italiano confluisse. Tutto doveva passare attraverso la sua sorveglianza e agiva come mediatore di questo nuovo intruso. Ma non si comunicavano bene. L’inglese sapeva che tra lo spagnolo e l’italiano esiste una connessione di sintassi, semantica, genere e intuiva che tutto ciò che condividevano avrebbe fatto che la sua presenza non fosse più l’unico modo di sentire. E piano piano, l’italiano prendeva forza. Entrava nei miei pensieri e si insinuava tra lo spagnolo e l’inglese come una corrente silenziosa. E questa lingua mi sceglieva ogni giorno per esprimere ciò che avevo dentro. Non avevo spiegazione per questo. Ancora, scrivo in italiano.
Quando ho aperto In altre parole di Jhumpa Lahiri, incontro nella frase iniziale di Antonio Tabucchi un pezzo della mia verita:
“…avevo bisogno di una lingua differente: una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione.”
Ho capito tutto subito. Per me, l’italiano è proprio questo: un luogo di affetto verso me stessa.
È il posto dove posso fermarmi. Ho sentito una risonanza profonda con Jhumpa Lahiri. Mi sono riconosciuta in un frammento della sua verità. Come lei, ho trovato in questa lingua un luogo in cui potermi finalmente ascoltare. Dove la mia voce interiore rallenta, si lascia essere. L’italiano mi avvicina al mio spagnolo, e allo stesso tempo mi apre uno spazio nuovo per riflettere sulle mie origini. Mi rende una traduttrice migliore dall’inglese anche nella mia lingua madre, perché mi costringe a scegliere, a interrogare ogni parola, a cercare lo spazio giusto tra due mondi. E allora, sorprendentemente, l’italiano e l’inglese si tendono la mano nel processo di traduzione, creando ponti. L’italiano, con la sua struttura vicina rende il mio spagnolo più ricco e
gli restituisce profondità, riflessività, risonanza.
L’italiano è una lingua che mi ha adottata o forse che io ho adottato per prendermi cura di parti di me che altrove non trovavano respiro. Anche se non è la lingua in cui sono nata, né quella in cui ho imparato a dire le prime parole d’amore o di rabbia, neanche è quella che ho studiato da piccola, quella in cui ho fatto la mia carriera universitaria, o il mio master. Ma è diventata una parte essenziale di me. La uso per cercare nuove sfumature di pensiero, per attraversare confini invisibili. Questa lingua, simile al mio spagnolo, però diversa, musicale, mi fa felice. Non mi appartiene, ma mi lascia essere. In questa lingua trovo la mia presenza più forte. Scrivere in questo magazine italiano, in una regione che amo, è un dolce atto di insubordinazione. Mi fa sentire presente, viva, invasiva nel senso più bello del termine. Invadere uno spazio con le parole significa entrare con la propria verità, con la propria voce. Significa affermare la propria esistenza. L’italiano, quella lingua che amo, mi ha dato tutto questo. E allora eccomi qui, a quarantotto, con una penna che attraversa lingue e territori, con una voce che non smette di cercare la parola giusta. Essere la morta che parla quest’anno sembra la mia forma di vita più autentica: silenziosa, invisibile, eppure, profondamente viva. Scrivere, tradurre, attraversare le lingue senza appartenerne del tutto. E poi, fermarmi nella lingua che mi accoglie.
La morta che parla