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Il silenzio degli innocenti, la cancellazione dei colpevoli
(Quando gli innocenti tacciono, i colpevoli camminano liberi)
Negli ultimi giorni, mentre il mondo assiste impassibile alla distruzione sistematica di ciò che resta della Palestina, ieri ho ascoltato le dichiarazioni di alcuni esponenti del nostro governo — Salvini, Tajani, Meloni — che ancora una volta si sono schierati senza esitazione al fianco del governo israeliano, parlando di sicurezza, di diritto alla difesa, affermando che non è questo il momento per parlare di uno Stato di Palestina, e condannando come “antisemita” chiunque osi criticare.
Sono rimasto esterrefatto.
Non una parola per i bambini palestinesi uccisi.
Non un dubbio sulle colonie illegali in Cisgiordania.
Non un accenno alle risoluzioni ONU sistematicamente violate.
Solo una cieca obbedienza diplomatica, utile forse a mantenere equilibri politici, ma disastrosa per chi ancora crede nella verità e nella giustizia internazionale.
È per questo che ho deciso di scrivere queste righe.
Perché chi è sotto l’ombrellone, rilassato, lontano dal rumore e dal fango della propaganda, possa leggere con la mente più serena e riflettere davvero. Perché non si può più accettare che una parola — antisemitismo — venga usata per zittire, mentre un intero popolo viene cancellato nel silenzio.
Il silenzio degli innocenti, la cancellazione dei colpevoli
(Quando gli innocenti tacciono, i colpevoli camminano liberi)
Viviamo un tempo in cui le parole hanno un peso devastante, ma la coscienza collettiva sembra aver perso la bilancia. Una parola su tutte: antisemitismo. Evocarla è giusto, doveroso. Significa ricordare l’Olocausto, i pogrom, la vergogna delle leggi razziali.
Ma oggi, quella parola viene usata — sempre più spesso — per mettere a tacere ogni voce che osi criticare Israele.
E così, mentre si grida all’antisemitismo ovunque, nessuno sembra accorgersi dell’odio crescente verso un intero popolo: i palestinesi.
Esiste un razzismo che non ha un nome universale, ma ha volti, pianti, macerie. Lo chiamano “difesa”, “sicurezza”, “territorio conteso”.
Ma nella realtà, è occupazione, esproprio, apartheid. È l’odio sistemico verso chi è nato “dalla parte sbagliata del muro”.
Israele ha tutto il diritto di esistere. Ma lo ha anche la Palestina. E invece, la Cisgiordania scompare giorno dopo giorno, divorata da insediamenti illegali, strade per soli coloni, checkpoint infiniti. Gaza brucia, sotto le bombe e sotto l’indifferenza del mondo.
Dove sta la differenza tra antisemitismo e antipalestina, se entrambe le forme di odio negano l’esistenza di un popolo?
“Quando la verità è sostituita dal silenzio, il silenzio diventa menzogna.”
— Yevgeny Yevtushenko
Chi denuncia le azioni del governo israeliano non odia gli ebrei. Chi si schiera per i diritti umani dei palestinesi non nega la Shoah, né riscrive la Storia.
Ma siamo arrivati al punto in cui criticare una politica viene scambiato per odio etnico.
È una distorsione pericolosa, che toglie credibilità all’accusa stessa di antisemitismo, la banalizza, la rende arma politica. E questo è un danno anche per gli ebrei che lottano per la pace.
Molti ebrei nel mondo — da Tel Aviv a New York — scendono in piazza con cartelli che dicono: “Not in our name”. Ma quei volti, quelle voci, vengono ignorate.
Perché l’opinione pubblica globale vuole semplificare, non capire. Vuole tifare, non difendere.
La Cisgiordania oggi non esiste più nelle mappe ufficiali israeliane.
Le colonie crescono, i villaggi palestinesi scompaiono. Le famiglie vengono sfrattate, le case abbattute, i bambini arrestati, uccisi.
Questa non è sicurezza. Questo è razzismo strutturale.
Eppure nessun leader europeo parla di “odio verso i palestinesi”. Nessun Tg apre con quelle immagini. Non è ancora un crimine, essere antipalestinesi.
Ma lo è. E lo sarà per la storia.
La memoria non può essere selettiva. Se ricordiamo l’antisemitismo, dobbiamo anche denunciare la violenza razzista contro i palestinesi.
Chi usa il ricordo della Shoah per giustificare l’ingiustizia odierna ha tradito quel ricordo.
L’ebraismo è cultura, intelligenza, spiritualità. Il sionismo politico, in alcune sue forme, è divenuto ideologia coloniale. Confondere le due cose è la trappola perfetta per nascondere la verità.
Non siamo obbligati a scegliere tra Israele e Palestina.
Siamo chiamati a scegliere tra giustizia e silenzio.
Non basta più dire: “è un conflitto complicato”.
No. È un’occupazione brutale, documentata da decenni.
E chi nega questo, è parte del problema.
“Ciò che fa male non è la voce dei cattivi, ma il silenzio degli onesti.”
— Martin Luther King Jr.
Forse è tempo di riconoscere che esiste un razzismo senza nome contro i palestinesi.
E finché non avrà lo stesso peso morale e politico dell’antisemitismo, il mondo sarà cieco da un occhio solo.
Non si tratta di fare paragoni.
Si tratta di riconoscere la disumanizzazione, ovunque essa si compia.
Chi ama la verità non può permettersi il silenzio.
Chi difende la memoria, non può giustificare la cancellazione.
Chi crede nella pace, deve avere il coraggio di dire che l’odio verso i palestinesi è razzismo, anche se non ha ancora un nome ufficiale.
E allora, chiamiamolo noi: