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Un viaggio tra piatti che raccontano storie, vini naturali e sapori autentici. Concreto Roma è più di un bistrot: è una tappa da vivere, tra cucina contemporanea e momenti che restano impressi nel tempo.
Concreto Roma: bistrot contemporaneo dove il viaggio incontra il gusto
“I primi dieci milioni di anni sono stati i peggiori, disse Marvin, e anche i secondi dieci milioni di anni sono stati i peggiori. I terzi dieci milioni di anni non mi sono piaciuti per niente. Dopo di che sono andato in un po’ di declino”. D. Adams
All’inizio, il tempo sembrava leggero.
Erano le prime ore del mattino, l’aria ancora fredda, la valigia chiusa con cura e la strada davanti vuota. Il viaggio prometteva scoperte, paesaggi nuovi, incontri fortuiti. Tutto era futuro.
All’inizio, il tempo era solo una misura: chilometri, coincidenze, orari scritti su un biglietto. Poi cominciò a farsi più denso.
Le prime attese, un treno in ritardo, un autobus perso, non erano solo contrattempi, ma segni concreti del tempo che non si piega alla volontà. Il caffè bevuto in una stazione qualunque, il sonno interrotto su un sedile troppo rigido, la luce che cambiava dietro al finestrino… tutto diventava esperienza accumulata.
Il tempo diventava tangibile nel corpo: stanchezza nelle gambe, sete, fame. Ma anche nella mente: la malinconia di un tramonto visto da solo, la nostalgia per qualcosa lasciato indietro, o la sorpresa davanti a qualcosa mai visto prima.
Concreto Roma: bistrot contemporaneo dove il viaggio incontra il gusto
A ogni tappa, il tempo lasciava un segno.
Una fotografia sbiadita, una pagina di diario, una frase detta da uno sconosciuto che restava in testa per giorni. Ogni gesto, ogni incontro, ogni addio erano prove fisiche che il tempo non passava invano.
Verso la fine, il viaggio non era più solo movimento nello spazio, ma una stratificazione di tempo vissuto. Il tempo aveva preso forma: era diventato callo sulle mani, ricordo nei pensieri, ruga leggera sotto gli occhi. Era nei biglietti conservati nel portafoglio, nei numeri di telefono scritti in fretta, nei nomi dimenticati ma nei volti ancora presenti.
E quando il viaggio finì, il tempo non era più solo quello dell’orologio. Era una sostanza viva, sedimentata dentro. Non si poteva vedere, ma si poteva sentire. Il tempo era diventato concreto. E la Guida Enogastronomica Per Autostoppisti era arrivata alla sua nuova fermata.
Nel cuore pulsante di Roma, tra quartieri che respirano storia e contraddizioni moderne, c’è un luogo che per molti è una scoperta e per altri già una certezza: Concreto @concreto.roma, bistrot contemporaneo che sembra essere la sosta ideale per l’Autostoppista in cerca di sé stesso, e di un buon calice di vino.
L’Autostoppista è un viaggiatore errante, un’anima inquieta che percorre strade reali e interiori. Il suo cammino non è lineare, ma fatto di deviazioni, soste improvvise, incontri fortuiti. Quando arriva da Concreto, capisce subito di aver fatto tappa in un posto che non è solo ristorazione, ma un momento di pausa consapevole. Qui si mangia bene, ma soprattutto si ascolta, si riflette, si assaggia un frammento di sé.
Vuoi conoscere il viaggio precedente dell’autostoppista?
La cucina di Concreto racconta il viaggio, non si ferma alla tradizione, ma la reinventa come farebbe un viaggiatore che riporta a casa souvenir e ricordi da terre lontane. Il menù è un racconto itinerante, che parte dal Mediterraneo ma non ha paura di osare contaminazioni nordiche, orientali, urbane.
Ogni piatto è curato nei minimi dettagli ma mai pretenzioso, fedele a quell’idea di concretezza che dà il nome al locale: nulla è finto, nulla è esibito. È una cucina vera, viva, umana.
Friggitelo, Peperone crusco e Sorbetto al peperone; una portata che non ha bisogno di lussi, ma solo di verità; un piatto che è un incontro diretto e sincero, come una conversazione con uno sconosciuto lungo una strada polverosa.
La carta dei vini è una mappa di territori poco battuti, da ascoltare, fatta di piccole etichette naturali, biodinamiche, spesso italiane ma non solo. Si beve per scoprire, non per ostentare. E ogni bicchiere ha qualcosa da raccontare: del produttore, della terra, dell’anno come Ambaradan Rosa prodotto dalla Cantina La Via del Colle un vino rosé biologico frizzante e leggero rifermentato in bottiglia nello stile Pet-Nat a base di uve Sangiovese proveniente dal vigneto Tesini immerso nei boschi adagiati sotto la Pieve di Polenta a Bertinoro.
Seduti al bancone o in uno dei tavoli in legno grezzo, si può finire a parlare con qualcuno che ha fatto lo stesso viaggio, o uno completamente diverso, ma con lo stesso bisogno di fermarsi un attimo. Anche solo per un sorso.
Concreto è una tappa, un luogo che accoglie chi cerca, una casa momentanea. Non chiede chi sei, ma ti invita a essere. Se l’autostoppista è l’archetipo di chi è in cerca di identità, questo bistrot romano è il luogo dove, per una sera, si può smettere di cercare e semplicemente godere del presente.
Tra piatti che sanno di strada e vini che parlano di terra, Concreto è il promemoria che a volte non bisogna arrivare alla destinazione per sentirsi a casa. Basta scegliere bene dove fermarsi.
Per chi è sempre in viaggio, anche dentro di sé, Concreto non è solo un ristorante. È una piccola tappa necessaria. Un frammento di sé che si ritrova, un po’ alla volta.
Qualcosa che si era perduto, dimenticato, o lasciato indietro, e che lentamente torna a emergere nel corso del tempo o del viaggio.
Non sapeva bene quando aveva cominciato a perdersi.
Non era successo tutto insieme, non è mai così. Si perde un pezzo alla volta: una risata che non esce più, un desiderio che non si fa più sentire, un colore che smette di attrarre l’occhio. E a un certo punto ti ritrovi vuoto in mezzo alla folla, straniero nella tua stessa pelle.
Poi, un giorno qualunque, succede qualcosa. Piccolo. Apparentemente irrilevante.
Un odore nell’aria. Una canzone che parte per caso. Un paesaggio visto da un finestrino. Una parola detta da qualcuno che non sa nemmeno cosa ha toccato. E lì, qualcosa si muove. Un frammento ritorna.
All’inizio è solo una sensazione: un ricordo sfocato, una vertigine dolce. Poi arriva altro. Un gesto che si credeva dimenticato. Un modo di guardare le cose che riappare. Una vecchia voglia, di camminare senza meta, di scrivere, di ridere forte.
Pezzo dopo pezzo, senza rumore, si rientra in sé.
Non tutto torna, no. Alcune parti restano là dove si sono perdute, forse è giusto così. Ma quello che torna è vivo. È reale. È tua verità, nuda, fragile, ma salda.
Alla fine, non è un recupero completo, non è un ritorno all’origine. È qualcosa di nuovo: una ricomposizione. Come un vaso rotto che si ripara con l’oro, non per nascondere le crepe, ma per onorarle e diventare più prezioso.
Quello che eri, quello che sei, e quello che hai ritrovato: tutto convive.
E in mezzo a tutto questo, finalmente un nuovo viaggio.
Ammolla la mollica nel latte e strizzala. Mescolala con pomodori secchi, mandorle, capperi, olive, olio, sale e pepe. Lascia riposare in frigorifero per intensificare i sapori Prepara i friggitelli tagliando la calotta, rimuovi semi e filamenti e asciuga bene. Farciscili con il ripieno. Cuoci il friggitello sottovuoto. Prepara un crumble al peperone crusco. Rosola velocemente 3–4 peperoni cruschi in olio caldo finché diventano croccanti. Una volta raffreddati, spezzettali e mescolali a farina e burro freddo fino a ottenere briciole grossolane. Cuoci in forno a 180 °C per pochi minuti finché dorano leggermente.
Per il Gelato al peperone, prepara una base gelato classica. Aggiungi purea di peperone rosso, manteca in gelatiera o riponi in freezer, mescolando ogni 30 minuti fino alla consistenza desiderata.
Arrostisci in salamandra il friggitello, impiatta e servi.