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La Cattedrale di Ferentino custodisce un patrimonio artistico di straordinario valore. Questo approfondimento racconta la storia dei cibori medievali, dalle testimonianze altomedievali al magnifico ciborio di Drudo de Trivio, fino al raffinato ciborio parietale quattrocentesco, intrecciando epigrafia, arte sacra e memoria storica.
Cibori della cattedrale di Ferentino
La Cattedrale di Ferentino, dedicata ab origine alla Vergine Maria madre di Dio e durante l’episcopato di Agostino (1106-1113) anche ai martiri romani Giovanni e Paolo, è un edificio insigne non solo per la sua antichità, risale all’età paleocristiana, ma specialmente per essere uno scrigno, al suo interno, di opere d’arte di notevole valore. Reperti marmorei di raro pregio testimoniano l’impegno dei presuli e della comunità a rendere meravigliosa la cattedrale, che, specialmente nel Medioevo, rappresentava il fulcro religioso, sociale e culturale della città, simbolo della fede e del potere ecclesiastico; non per questo la cattedrale di Ferentino fu costruita sull’arce pagana e in posizione eminente rispetto al potere civico, rappresentato dal palazzo comunale edificato per circa mille anni nel sito prospiciente l’attuale Piazza Mazzini. Le cattedrali coinvolgevano tutta la comunità nei cantieri, in quanto la loro costruzione era finanziata dai nobili, dai maggiorenti e da donazioni popolari. (Per ulteriori notizie sulla cattedrale di Ferentino cfr.: La Cattedrale di Ferentino. Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, a cura di Biancamaria e Maria Teresa Valeri, 2023)
La primitiva cattedrale di Ferentino, sita ove ancora oggi sorge la Chiesa di S. Maria Maggiore, fu spostata con molta probabilità sotto l’episcopato del vescovo Pasquale (VIII-IX sec.) all’epoca di Papa Pasquale I (775 circa – 824). Lo spostamento, quindi, avvenne in epoca carolingia e interessò la spianata dell’acropoli pagana, sulla quale dal IV sec. d. C. era edificata la basilica dedicata alla Vergine Maria “Dei genitrix”, conosciuta anche come l’Annunciata. Il titolo mariano (tutte le chiese cattedrali di età paleocristiana sono dedicate alla Vergine) e la posizione sopraeminente rispetto a qualsiasi potere laico consentiva la modifica della chiesa preesistente, che si era inserita, dal primo momento dell’era cristiana, all’interno dell’antica basilica romana, ivi costruita dai romani vincitori dei Volsci e degli Ernici. Naturalmente in età altomedievale (810 circa) vennero apportate modifiche relative alla decorazione e all’arredo architettonico dell’edificio, diventata cattedrale della città e da definire nell’arredo per essere riconosciuta, attraverso i simboli, il suo nuovo status.
Cibori della cattedrale di Ferentino
Abbiamo, per avvalorare il fatto, diversi elementi, epigrafici e architettonici, purtroppo arrivati fino a noi in forma frammentaria ed erratica. E l’epigrafia è documento storico di primo livello, che non può essere disconosciuto. Lo spostamento della cattedrale, quindi, avvenne durante l’episcopato del vescovo Pasquale (IX sec.), la cui esistenza è testificata da due epigrafi di rara importanza. Nella prima (IX sec.; fig. n. 4) è citato il vescovo Pasquale, coevo dell’omonimo Pasquale I papa (817-824). L’epigrafe mutila è scritta in caratteri onciali, utilizzati come forma di scrittura fino all’inizio del IX secolo, quando la minuscola carolina cominciò a sostituirla. Le lettere maggiormente rappresentative dell’onciale sono: A, D, E, H, M, Q e V. L’iscrizione è purtroppo abrasa in più punti, ma è leggibile nel suo contenuto più importante.

Trascrizione con integrazione del testo
DE DONIS D(e)I ET SANCT(i – o sanctorum) … TEMPO(ribus) PASCALI(s) PAP(a)E (Pas)CALIS EPISCOPU(s) F(ecit)
(da Victor Saxer, La diocesi di Ferentino nei primi secoli del Cristianesimo, in Ambrogio centurione patrono di Ferentino – Agiografia, Storia, Arte, Devozione, 1998, p. 62)
L’iscrizione ricorda un donativo del vescovo Pasquale ad una chiesa non identificabile, ma da individuare nella chiesa cattedrale o nella cappella costruita, forse, dallo stesso Pasquale per accogliere le spoglie di S. Ambrogio, perché è congetturabile fondatamente che un Vescovo offra sempre per la “sua” chiesa, la cattedrale.
Tale congettura è avvalorata da un’iscrizione epigrafica più tarda, quella del marmorario Paolo, chiamato dal vescovo Agostino (1106-1113), ad abbellire in stile cosmatesco la cappella-sacrario delle spoglie di Ambrogio, centurione e martire, patrono di Ferentino.
PRIMITVS INVENTVS FVERIT QVO TEMPORE SANCTVS
SI LIBET INQVIRI PASCHALIS TEMPORE PRIMI
MARTYRIS IN PVLCHRO DOCVIT SCRIPTVRA SEPVLCHRO
Paulus, il marmorario romano autore della balaustra marmorea, che chiudeva l’accesso al sacello del martire e che ora, dopo i restauri novecenteschi della cattedrale, è stata collocata a chiusura del presbiterio, ricorda in versi e scolpendo un’incisione meravigliosa per stile e arte, che la prima ricognizione delle reliquie del martire (PRIMITUS INVENTUS) avvenne all’epoca di Pasquale I papa, così come ricordava l’autentica inserita nello splendido sepolcro del Martire. Che fosse presente alla prima ricognizione delle ossa anche il vescovo Pasquale, omonimo del Papa, è testimoniato dall’iscrizione mutila, abrasa in più punti perché riutilizzata, e riconducibile ad una iscrizione forse inserita nella trabeazione di un ciborio, vista la forma e il testo del reperto marmoreo: “all’epoca di Pasquale papa e per opera di Pasquale vescovo”.
Che cosa fece Pasquale vescovo all’epoca di Pasquale papa? Diede onore al martire Ambrogio, patrono di Ferentino, collocando le reliquie del suo corpo nella nuova cattedrale e coprendole con un sontuoso ciborio, le cui lastre, integre, sono state ricomposte come altare nella sacrestia dell’attuale cattedrale.
Sono superstiti le quattro lastre, che ornavano la sommità dei quattro lati del ciborio altomedievale di Ferentino e che sono confrontabili con l’altare di S. Eleucadio (810) in S. Apollinare in Classe a Ravenna, e con quello di Sala Bolognese (BO) nella Pieve di Santa Maria Annunziata e S. Biagio.
Quando è stato smantellato il ciborio altomedievale e perché? Ci viene in soccorso l’iscrizione del marmorario Paolo, figlio di Cosma rappresentante eccelso dei marmorari romani noto come “cosmati”: “all’epoca del vescovo Agostino” agli inizi del XII secolo, quando si volle modificare l’arredo architettonico e la decorazione della cattedrale adeguandola agli stilemi dell’epoca, scegliendo lo splendore e l’armonia dell’arte cosiddetta cosmatesca. L’arredo cosmatesco della cattedrale iniziò con il vescovo Agostino, che si dedicò e con ogni probabilità principalmente a costruire la cappella del Martire nell’abside della navata destra e a dare l’avvio al rinnovamento decorativo di tutto l’interno della cattedrale. Prima dell’intervento di Agostino le reliquie del martire erano custodite all’interno dell’altare maggiore sotto il ciborio altomedievale.
La decorazione musiva proseguì con la costruzione del pulpito cosmatesco, della cui esistenza si ha memoria fino al XVI secolo, della pavimentazione della navata centrale nella guida che dalla porta di accesso arriva fino all’altare maggiore, nella decorazione musiva dell’arco trionfale nella navata maggiore e sicuramente dell’abside maggiore, nella costruzione della colonna tortile per il cero pasquale. Non abbiamo certezza se fosse costruita in marmo con decori cosmateschi la cattedra episcopale. Quella odierna è una ricostruzione fantasiosa del primo Novecento, con la riutilizzazione di elementi medievali di risulta.
E sull’altare maggiore che cosa venne collocato? Una meraviglia artistica e architettonica, un’opera sublime opera del marmorario Drudus de Trivio, forse il suo capolavoro, come ebbe a definirlo Peter Cornelius Claussen in Magistri Doctissimi Romani. Gli artisti marmorari romani del Medioevo (Viella, ed. rivista e aggiornata, 2025 – prima edizione, 1987), p. 133. Drudo fu commissionato dall’arcidiacono di Norwich, il potentissimo Giovanni de Ferentino, e lo stesso Drudo firmò l’opera, realizzata entro gli anni Trenta-Quaranta del XIII secolo. E si può ben esclamare, guardando lo stupendo ciborio: “Ecco sua maestà, il ciborio di Drudo de Trivio”.
Scrive il Claussen (p.133) sul ciborio della cattedrale di Ferentino, opera eccelsa di Drudo: “Il rimaneggiamento del XVIII secolo dell’arredo liturgico (della cattedrale) ha lasciato intatto … il ciborio. Per costi, preziosità e cura della lavorazione artistica esso supera tutti i pezzi paragonabili conservati”. Drudo si ispirò al ciborio di S. Lorenzo fuori le mura (Roma, 1147), opera, insieme ai cibori di Santa Croce in Gerusalemme e di San Clemente, dei figli del marmorario Paolo. Drudo lavorò con Luca marmorario della famiglia di Cosma per la cattedrale di Civita Castellana e per la chiesa di S. Scolastica di Subiaco (chiostro cosmatesco) nella prima metà del XIII secolo. A Ferentino il suo intervento si colloca tra 1227-1243, databile grazie all’iscrizione nella trabeazione sul lato frontale che indica la committenza di un ferentinate illustre: l’archilevita di Norwich Giovanni de Ferentino. “L’alta qualità artistica si manifesta nell’ornato scultoreo ed a mosaico dell’architrave, ma è più evidente nei quattro capitelli delle colonne portanti. Nel panorama artistico romano essi sono il culmine dell’avvicinamento medievale alle forme antiche. Qui si riconosce che i marmorari romani del XIII secolo devono aver studiato l’antichità, come di solito ci si aspetta solo per il Quattrocento … una perfezione classicistica analoga a quella dei capitelli di Drudo si raggiungerà di nuovo nel Rinascimento, solo dopo generazioni di studio dell’antico”. (Claussen, cit. p. 133)
Vorrei aggiungere una mia considerazione. A mio giudizio, nel ciborio di Drudo, c’è un particolare che non può essere omesso: la testina goffa scolpita nell’angolo a vista del capitello, sormontante la colonna sinistra del ciborio. Questa testina molto caratteristica: non è idealizzata nella fisionomia, non risponde a modelli di protomi umane disseminate nelle chiese e nelle cattedrali di età romanica; non è un esempio della difficile resa naturale della fisionomia umana da parte di un uomo del Medioevo. La raffigura un sembiante individuale, realistico; forse quello dello stesso autore dell’opera, Drudo. Particolari da non sottovalutare sono le righe a zampe d’oca intorno agli occhi, le caratteristiche singolari di un uomo che viene schiacciato dall’immensità del suo capolavoro e dal peso simbolico, che il ciborio rappresenta nell’alternanza di quadrati, ottagoni e piramidi tronche su base quadrata. Nella cattedrale di Ferentino, il cui impianto medievale e cosmatesco fu distrutto dalla furia modernista del XVII secolo, venne rispettata la meraviglia del ciborio e la guida musiva pavimentale, che dalla porta d’ingresso alla chiesa arrivava dritta fino al presbiterio rialzato e predisponeva l’anima a contemplare già su questa terra le porte del Paradiso e dell’eternità.
Non si può dimenticare un altro gioiello della cattedrale Ferentinate: un piccolo ciborio commissionato dal vescovo Francesco De Philippinis o Filipperi (1449 – 1510), il cui stemma sormontato dalla mitria è raffigurato nella mensola curvilinea, che funge visivamente da sostegno all’edicola marmorea. la cui sacralità è ricordata anche dall’iscrizione latina, incisa sulla trabeazione dell’edicola:
PINGUIS . EST . PANIS . XPI (Christi)
(ricco di nutrimento è il pane di Cristo)
Nella storiografia locale si attribuisce questo tabernacolo rinascimentale a Mino da Fiesole (1429 – 1484) o alla sua scuola. Mino lavorò massimamente a Firenze e a Napoli; ma verso la fine del sesto decennio del Quattrocento si trasferì a Roma, dove lavorò per la chiesa di S. Maria sopra Minerva, per un ciborio di rara fattura, oggi conservato in S. Maria in Trastevere, il ciborio detto “della neve”, databile al 1460. In tale tabernacolo l’Artista cercò di fondere le caratteristiche del tabernacolo di tipo romano con i caratteri di quello fiorentino, qualificato in particolare dall’illusionismo prospettico dello spazio (cfr. Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Voce: Mino da Fiesole, a cura di Francesco Sorce, vol. 74, 2010). Mino da Fiesole firmava le sue opere, mentre il ciborio parietale di Ferentino è anonimo.
Considerando l’iconografia e il periodo in cui si colloca la commissione del Vescovo Ferentinate, il ciborio quattrocentesco di Ferentino potrebbe essere attribuibile a Mino del Reame (attivo a Roma dal 1460 al 1480 circa), artista che lavorò a Roma nella basilica di S. Maria Maggiore e in quella di S. Maria in Trastevere. Per S. Maria in Trastevere Mino del Reame realizzò un tabernacolo che firmò lui stesso: OPUS MINI. Tale manufatto ha forti rimandi nell’iconografia al tabernacolo di Ferentino, anche se quest’ultimo è più leggiadro e armonioso nella composizione della scena e delle figure. Pertanto potrebbe spostarsi la datazione del ciborio quattrocentesco della cattedrale ferentinate forse ai primi anni del XVI secolo.