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Fermentazione naturale le tre vie tra spontaneità e controllo

Fermentazione naturale: le tre vie tra spontaneità e controllo

Marie Joveneau racconta le tre vie della fermentazione, mettendo a confronto fermentazione spontanea, starter non standardizzati e colture standardizzate. Un testo che va oltre la tecnica e riflette su natura, sicurezza, biodiversità e visione del mondo.

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Tre vie della fermentazione

Fermentazione naturale: le tre vie tra spontaneità e controllo

Chi si avvicina alla fermentazione si trova presto a dover scegliere tra due filosofie in parte inconciliabili, tra due mondi completamente diversi. Da una parte la libertà d’espressione di una natura che opera indisturbata, dall’altra l’essere umano che tenta di orchestrare una comunità microbica straordinaria, capace di generare trasformazioni di rara complessità. Relazionarsi con la fermentazione significa, prima o poi, dover decidere quanto spazio lasciare alla vita invisibile. È una scelta che porta con sé interrogativi essenziali, a tratti esistenziali, capaci di ridefinire radicalmente il proprio approccio alla vita stessa: quanto siamo disposti a rischiare? Cosa cerchiamo davvero in ciò che consumiamo? Scegliamo l’ascolto, a volte destabilizzante, di una natura imprevedibile o preferiamo il monologo rassicurante di una perfezione seriale? Con quale di questi due mondi vogliamo interagire?

È dalla misura del nostro intervento che si disegnano tre percorsi, tre interpretazioni dell’arte della fermentazione, che con questo articolo mi propongo di esplorare per capire cosa li distingue e quale visione del mondo ispiri chi decide di percorrerli.

Tre vie della fermentazione

Fermentazione spontanea

È la scelta della massima libertà, dell’espressione più nuda e autentica di un territorio. In questo approccio, nessun microrganismo viene introdotto dall’uomo: il processo si affida interamente alla vita microbica presente nelle materie prime e nell’ambiente circostante. Da questo abbandono consapevole nascono prodotti unici e irriproducibili — dalle verdure fermentate ai vini naturali, fino alle birre acide di tradizione Lambic. Qui l’essere umano agisce come un custode discreto. L’imprevedibilità non è un limite, ma l’anima stessa del processo. Di fronte a una comunità microbica ignota e mutevole, l’uomo non impone la propria volontà, ma mette la sua esperienza al servizio della vita invisibile, creando le condizioni ideali affinché i microrganismi benefici orchestrino da sé una profonda complessità aromatica, proteggendo l’equilibrio della trasformazione da esiti sgraditi.

Fermentazione con starter non standardizzato

Questa via si fonda sull’alleanza con sistemi biologici selezionati empiricamente nel tempo, come la pasta madre, i grani di kefir o la coltura della kombucha. Questi consorzi microbici, spesso definiti starter, sono veri e propri ecosistemi biologici dove batteri e lieviti vivono in un equilibrio dinamico e resiliente. Qui, i microrganismi sono stati in un certo senso “addomesticati”, ma conservano intatta la preziosa complessità della loro biodiversità. Scegliere uno starter non standardizzato significa accogliere un’eredità che si tramanda di mano in mano, un gesto che permette di ottenere una maggiore costanza qualitativa rispetto alla fermentazione spontanea e di raggiungere quell’equilibrio che potremmo definire come un sempre buono, ma sempre diverso. Con questo approccio la sicurezza dell’esito risiede nella salute della colonia stessa, pertanto la nostra responsabilità si trasforma in un gesto di cura quotidiana, in cui nutrire la coltura e proteggerla dagli stress ambientali diventa l’unico modo per preservare la forza e l’armonia di questo antico consorzio vivente.

Kefir
Kefir

Fermentazione con starter standardizzato

In questo approccio il controllo dell’uomo raggiunge la sua massima espressione attraverso l’uso di colture microbiche di cui conosciamo perfettamente la qualità, la quantità e il profilo genetico. Si tratta di ceppi isolati in laboratorio e selezionati per la loro efficienza, capaci di esercitare una dominanza schiacciante sulla biodiversità microbica presente nella materia prima. È una vittoria numerica che porta con sé certezza e ripetibilità, ma talvolta al costo di un’identità anonima, di profili aromatici che perdono le loro sfumature e asperità. È il sentiero battuto dalla grande produzione di birre e vini, ma anche la via scelta per alimenti come il tempeh o il miso, dove l’inoculo standardizzato è presidio sacro della sicurezza, argine necessario affinché il processo rimanga confinato alla voce del microrganismo desiderato. È la strada della rassicurazione, imprescindibile là dove la salute esige promesse mantenute, ma che altrove riduce la complessità della natura ad un monologo, quello dell’uomo, impedendo al territorio di esprimersi attraverso il suo linguaggio d’origine.

Nessun approccio alla fermentazione è sbagliato di per sé, poiché la vera maestria risiede nel capire quando sia necessario intervenire con rigore — come nella sicurezza di un inoculo per il tempeh — e quando invece si debba compiere un passo indietro lasciando che la materia prima, attraverso la fermentazione spontanea, si faccia racconto della terra da cui proviene. L’arte di fermentare si rivela così nella capacità di discernere quale visione abbracciare, consapevoli che, per quanto il controllo possa rassicurarci, esiste una bellezza inafferrabile nell’imprevisto, che nessuna standardizzazione potrà mai replicare. La fermentazione non può ridursi a una semplice questione tecnica perché parla di etica e di valori profondi che si trasformano in gesti che definiscono chi siamo e quale mondo abbiamo deciso di raccontare.

Fermentazione con starter standardizzato
Fermentazione ortaggi
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Alfio Mirone
Alfio Mirone
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