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In questa Lettera dell’Editore, partendo da “Generale” di De Gregori, riflettiamo su un Natale diverso, attraversato da tensioni e parole che credevamo dimenticate. Una generazione cresciuta nella pace osserva un mondo che torna a parlare di armi, confini e riarmo. Un invito diretto a fermarsi, a ritrovare il senso vero della pace e della normalità che davamo per scontata.
E tu scrivi davvero la pace Generale
C’è una canzone che da sempre ci accompagna, come un vento buono dentro la memoria.
“Generale, dietro la collina…” — cantava De Gregori. E in quelle parole, che parlavano di soldati stanchi, di neve, di sigarette e di ritorni, c’era già tutto il senso di ciò che non dovrebbe mai tornare: la guerra.
Siamo una generazione fortunata, cresciuta nel silenzio delle armi e nel rumore lieve della libertà.
Abbiamo imparato a discutere, non a sparare; a dissentire, non a ferire.
Eppure oggi ci ritroviamo a vivere un tempo che parla di riarmo, di confini, di “difesa preventiva”.
Le parole si fanno dure, i notiziari pieni di numeri, di strategie, di nemici.
E la pace, quella parola che dovrebbe brillare come una stella di Natale, sembra invece una fiammella che resiste a fatica.
In questi giorni in cui le luci accendono le città e le tavole si preparano a festeggiare, il mio pensiero va a chi la pace non ce l’ha.
A chi la sogna, a chi la perde, a chi la cerca tra le macerie e le notti senza sonno.
Vorrei che il Natale di quest’anno fosse un Natale di silenzio buono, di ascolto, di rispetto.
Un Natale dove nessuno parli di vincitori e vinti, ma solo di uomini e donne che vogliono tornare a vivere.
Noi, che siamo cresciuti nella democrazia, non sappiamo cosa significhi davvero combattere — né per difenderci né per offendere.
E forse per questo sentiamo più forte la responsabilità di custodire la pace, come si custodisce un vino antico o una terra fertile.
Perché la pace non è solo un dono: è un lavoro quotidiano, fatto di gesti, di parole, di scelte.
Come quando scegli di non odiare, di non rispondere con rabbia, di non voltarti dall’altra parte.
Vorrei che il 2026 ci trovasse così: più consapevoli, più gentili, più umani.
Con un cuore che non dimentica e una mente che non smette di chiedere: “E tu, Generale, scrivi davvero la pace?”
Buon Natale a chi cucina la speranza ogni giorno,
a chi condivide il pane e la bellezza,
a chi crede ancora che il mondo possa cambiare, un gesto alla volta.
E tu scrivi davvero la pace Generale