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Al Teatro India di Roma, “Acanto” di Nicola Russo emoziona con la sua delicatezza: due generazioni si incontrano in una sala d’attesa e, tra silenzi, sguardi e confessioni, raccontano la fragilità umana e la memoria di un dolore che ancora parla.
Roma, Teatro India ‘Acanto’ di Nicola Russo: due generazioni e una ferita che parla
Forse è da qui che nasce tutto: da quella risposta spoglia, disarmante, che ha attraversato la sala del Teatro India come un soffio improvviso.
Un finale che pesa più di mille parole, accolto da un lungo, sincero applauso — non solo di approvazione, ma di riconoscenza.
Perché Acanto, l’ultima opera di Nicola Russo, non chiede di essere capita, ma sentita.
Roma, Teatro India ‘Acanto’ di Nicola Russo: due generazioni e una ferita che parla
All’inizio, tutto sembra sospeso, come trattenuto in un respiro che non osa uscire.
Nella sala d’attesa, un uomo solo parla al telefono, la voce bassa, intima, quasi a voler riordinare i propri pensieri, la sua ansia.
Alle sue spalle, sullo schermo, resta impresso per tutto lo spettacolo un numero: A028.
È quello del paziente precedente, ma diventa il simbolo di un tempo che non passa, di una storia che attende di essere ascoltata.
E proprio quando l’attesa sembra interminabile, entra Gabriele Graham Gasco, e l’atmosfera cambia.
La scena si apre, respira.
Il suo ingresso porta un ritmo nuovo, una vibrazione più viva che attraversa il palco e scuote quel silenzio sospeso.
Accanto a Alessandro Mor, dà corpo e anima a un dialogo che diventa specchio.
L’uomo maturo e il ragazzo giovane si incontrano nella stessa malinconia, in quel territorio fragile dove la solitudine si intreccia al desiderio di comprendersi.
Il loro confronto è fatto di poesia e ironia, di bellezza e nostalgia, di domande che non cercano risposte ma sguardi.
Attraverso le loro parole, Acanto diventa un luogo dell’anima, dove il tempo si ferma e le generazioni si parlano senza difese, unite dalla stessa sete di senso.
Si parla di vita, di verità, di quei momenti in cui il corpo e il cuore non riescono più a mentire.
“Acanto” non alza mai la voce.
Non urla, non accusa, non commuove con la forza.
Lo fa con la delicatezza di chi conosce il dolore e lo restituisce come poesia.
È un teatro fatto di silenzi e sguardi, dove ogni parola pesa, ogni pausa respira, ogni gesto racconta più di un monologo.
Due attori straordinari — Mor e Gasco — che non interpretano, ma vivono.
Una regia che non invade, ma accompagna, e un disegno luci di Giacomo Marettelli Priorelli che accarezza i volti e i pensieri, restituendo alla scena la sua intimità più autentica.
E poi arriva quella voce, quella frase che chiude ogni pensiero:
“Sapevi chi eri quando te lo hanno detto?”
“No!”
E in quel “no” c’è tutto: la scoperta, la paura, la solitudine, e quel male che non si nomina mai per intero — ma che, nel silenzio di Acanto, ha ancora il nome di hiv.
Ringrazio come sempre Maya Amenduni, capace di trasformare ogni invito in un incontro vero.
Con la sua cura e la sua passione riesce a farci entrare in contatto con il teatro più profondo, quello che non intrattiene ma scuote, che non consola ma risveglia.